Stavo scrivendo il post da pubblicare, facevo le mie belle ricerche, più che altro per evitare di scrivere troppe cazzate tutte insieme, cercavo le immagini da allegare quando mi è caduto l’occhio su una foto e mi è tornata in mente una cosa che mi è successa, una cosa che faceva ridere. Da quella me ne è tornata in mente un’altra, poi un’altra ancora. Così ho accantonato il post iniziale, che anche se lo pubblico domani non muore nessuno e ho cominciato a scrivere questo, così per farvi fare due risate su qualcuna di quelle cose strane che mi sono capitate.

Cose altrettanto strane di quelle che state per leggere penso siano capitate a tutti, a volte solo come testimoni, a volte come protagonisti… anzi lo spero che vi siano capitate, altrimenti quello strano sarei solo io, mentre tutto il resto sarebbe completamente normale.

Quindi scusate se per oggi accantoniamo l’argomento Nerd e ci tuffiamo in qualcuna di quelle cose strane di cui sono stato protagonista. Male che vada ci facciamo una risata e poi ricominciamo a lavorare alacremente, che sennò la produttività cala poi Monti si incazza e ci alza le tasse nuovamente.

“Scusi, sa che ore sono, per favore?”

Erano “Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph, gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due…” così cantava Max Pezzali quando faceva parte degli 883, quel duo composto da Max e da un pazzo furibondo che gli saltellava alle spalle in improbabili balletti durante il Festivalbar. Quello era un pezzo che ritraeva bene il periodo che stavo vivendo, verso la fine delle scuole superiori, a parte le “immense compagnie”, poi tutto il resto era uguale alla canzone. Eravamo un gruppo di 6 o 7 fanatici, solo anni dopo abbiamo scoperto che si diceva Nerd. Erano anche gli anni di “che belli erano i film” e noi al cinema ci andavamo spesso. Facevamo la doppietta il sabato, ossia lo spettacolo delle 17 o delle 20 e quello delle 20 o 22, per vederci tutti i film che più o meno ci interessavano. Certo non era semplice organizzarsi e far combaciare gli orari, a quei tempi non c’erano i multisala, quindi l’unico modo per vedersi 2 film in fila era andare in centro a Milano, dove i cinema pullulavano e correre da una parte all’altra per il secondo spettacolo.
La cosa strana è capitata un sabato mentre stavo andando ad incontrare gli altri fuori dall’Odeon, a quei tempi era il cinema più bello di Milano, ora forse è il più pezzente. Il puntello era per le 16 fuori dal cinema.

Camminavo quando davanti mi si piazza un uomo, forse sui 30 anni e mi chiede: “Scusi, sa che ore sono per favore?

Io non ho mai portato l’orologio, nemmeno ora lo porto, ma la via che costeggia il Duomo è piena di orologi pubblici che sporgono dalle pareti, quindi ne guardo uno e gli rispondo: “Sono le quattro meno un quarto…

Lui mi guarda perplesso: “Scusi?

Scusi cosa?” mi chiedo tra me e me… ripeto: “Sono le quattro meno un quarto!

Lui leggermente spazientito: “Non capisco, dillo in italiano!

Dillo in italiano?!?!?!?! Ma che cazzo… mica sto parlando in Klingon!” penso e gli dico, forse leggermente alterato: “Ma in italiano in che senso?!

Lui alzando la voce, esasperato, come se stesse parlando con un diversamente abile a riferire l’ora: “In italiano! Sono le quattro e quindici?

Io, colto da una illuminazione epocale, alzando la voce a mia volta: “No! Sono le tre e quarantacinque!

Lui sollevato, ma ancora secco nei modi: “Finalmente! Mica ci voleva tanto, no? Grazie!” e se ne va.

Sono rimasto lì basito, forse ho mormorato un timido “Prego…” mentre se ne andava. L’esperienza mi ha segnato, da quel giorno non sono mai più stato tranquillo a rispondere a qualcuno che mi chiede che ore siano, a volte rispondo un “Non lo so!“, secco che non si sa mai. Altre volte cerco di rispondere il più correttamente possibile, in italiano, ma sempre un po’ teso e quando vedo che l’altro capisce, tiro un sospiro di sollievo…

Un dialogo tra sordi

Un paio di anni fa a fine inverno vado con la Bella a passare qualche giorno in montagna, in Valle D’Aosta.
Un giorno andiamo ad Aosta città a fare un giro. Stiamo passeggiando per il centro e l’occhio mi cade sulla vetrina di un negozio che aveva un cartello tipo: “Oggetti in ferro battuto di produzione propria“.
In vetrina e dentro il negozio, era tutto un proliferare di oggetti in ferro battuto: lampade, sedie, poltrone, strumenti di tortura medievali, divani, lettini, suppellettili, mobili per il giardino e molte altre cose fatte in ferro battuto, ma quello che attira la mia attenzione sono tutta una serie di personaggi della Warner Bros. alti un metro e bellissimi. C’è Taz, Titti che pende dal soffitto, Titti con Gatto Silvestro, Beep Beep e altri.
Voglio vederli da vicino ed entro nel negozio seguito dalla Bella. All’interno non c’è nessuno, ma faccio un giro per vedere queste meraviglie da vicino. I cartellini dei prezzi sono appesi e costano ovviamente uno sproposito, dalle 500 € in su. I personaggi pesano un bel po’ e sono modellati e pitturati benissimo, in confronto al resto della ferraglia sono la cosa fatta meglio.
La porta si apre ed entra un signore di una certa età e ci chiede: “Posso aiutarvi?

Io: “Stavamo solo guardando questi personaggi, ma li fate voi?

Il proprietario del negozio, presumo fosse il proprietario, mi risponde con la sua parlata leggermente strascicata: “Ma son della Disnii!“… “Sono della Disney!” per chi non avesse capito.

Io tenendo a bada il precisino della minkia che alberga in me e che scalpitava per correggerlo, gli dico con un sorriso condiscendente: “Lo so, ma volevo sapere se li fate voi in ferro battuto, che son fatti benissimo…

Il negoziante spazientito… sì, faccio sempre questo effetto alla gente: “Ma se le ho detto che son della Disniiiii!!!

Io: “Ho capito! Ma avete il cartello in vetrina che dice che son lavori di produzione propria e volevo sapere se per caso facevate voi anche ques…

Lui, urlando: “MA SE SON DELLA DISNIIII COME FACCIAMO A FARLI NOI?!?!?!?

A quel punto sguinzaglio il precisino della minkia dentro di che ringhiava e sbavava e urlo pure io: “A PARTE CHE SON DELLA WARNER, MA IN VETRINA C’È UN CARTELLO CHE DICE CHE SON LAVORI DI PRODUZION…

Lui: “MA SON DELLA DISNIIIIIIII!!!!! NON POSSIAMO FARLI NOI! NON ABBIAMO I DIRITTI! È TUTTA ROBA DELLA DISNIIIIIII!!!!

La Bella intanto era venuta a brancarmi e mi stava trascinando fuori, prima che cominciassero a volare oggetti in ferro battuto, ma io non demordevo: “PERÒ SE METTETE UN CARTELLO CHE DICE DEI LAVORI PRODOTTI DA VOI, VOLEVO SAPERE SE LI AVEVATE FATTI VOI…” la frase ho finito di urlarla che ero già fuori del negozio.

Nonostante la distanza però sentivo che il negoziante gridava: “MA COSA CI VUOLE A CAPIRE CHE SON DELLA DISNIIIIIIIII?

Niente, non ci vuole niente a capirlo, basta spiegarsi e dire che non sono in ferro battuto e non sono i prodotti artigianali, basta saperlo… e comunque erano personaggi della Warner Bros., non della Disnii Disney!

Ne vuoi sentire una forte?

Facciamo un salto indietro nel tempo, a quando ho comprato la macchina nuova. Ora nuova non lo è più, anzi non assomiglia nemmeno più ad una macchina.
In ogni caso la macchina mi arrivò un paio di mesi dopo essermi lasciato con una ragazza dopo un anno e mezzo. Lei non c’entra con la storia, è solo per contestualizzare quello che succede dopo.
Quando ci si lascia con qualcuno, sia che siamo noi a lasciare, sia che siamo noi a essere lasciati, un pochino si soffre sempre. In quel caso avevo lasciato io e non ci stavo benissimo, quindi volevo rimettermi subito in carreggiata trovando una “ragazza cerotto“, di quelle che usi per farti passare il male e una volta ripreso la molli, non è cattiveria, è l’antica legge del “chiodo schiaccia chiodo” . Quindi con questo preciso proposito accettavo di uscire a chiunque me lo chiedeva, amici e colleghi. Una sera accetto di andare ad una festa di una mia ex-collega. A quella festa conosco l’amica di un’amica, di un’amica, di un’amica della mia collega. Al momento mi sembrava simpatica, un po’ sguaiata, ma con molto senso dell’umorismo. A ripensarci ora non so se erano le birre o lei era effettivamente simpatica, comunque per il mio scopo era perfetta. Chiacchieriamo, ridiamo, lei molto più fragorosamente di me, alla fine le chiedo se aveva voglia di uscire. Accetta subito. Già avrei dovuto capire che qualcosa non andava in lei: aveva appena accettato di uscire con me.
La sera che dovevamo uscire vado a prenderla con la mia macchina nuova di pacca. Era uscita solo qualche giorno prima dal concessionario, puzzava di nuovo, la lavavo tutti i giorni e le facevo sempre il pieno. Ora saranno due anni che non la lavo e la costringo ad andare con 20 € di gasolio per volta.
Prendo la ragazza e decido di portarla in una bella birreria fuori Milano, molto fuori Milano, un posto molto romantico con la terrazza, le luci soffuse e tutte quelle robe lì.
Il viaggio dura un bel po’, ridiamo e scherziamo, io soprattutto tiro fuori tutta la mia effervescente simpatia e la faccio ridere molto. Anche per mascherare il fatto che mi ero perso e cercavo di capire dove eravamo finiti, intorno a noi era tutta campagna.
Fuori ero freddo e sicuro di me, tipo così

Ma dentro mi sentivo così

Lei però pare non accorgersi di niente, per fortuna, continua a ridere e chiacchierare, è presa così bene che ad un certo punto mi dice: “Ne vuoi sentire una forte?

Io, coglione, le dico: “Spara!

Lei, spostandosi leggermente sul sedile:

PROOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOTTTTTTTTTTTT!!!!!

Di colpo diventa tutto più chiaro. Lei rideva come una matta per la battutona che aveva fatto… col culo. Io che pensavo ad una scusa per farla scendere e abbandonarla lì, in mezzo alla campagna, di notte.

Non sono uno di quelli che si scandalizza o gli danno fastidio quelle cose, per carità, ma almeno aspetta di avere un po’ più di confidenza. Certe battute falle con il tuo amico durante lo sfidone a Tekken, non al primo appuntamento, quando ancora sei meravigliosa e simpatica e non scoreggi, anzi il culo nemmeno ce l’hai, fai la cacca per immacolata escrezione. No?!
Per lo shock il mio GPS interno aggancia tutti i satelliti in una botta sola e capisco dove siamo, anche grazie ad un cartello che indicava il paese che dovevo raggiungere. La serata potrebbe finire lì e invece raggiungo quella fantastica birreria che di fantastico e romantico non ha più niente, anzi la penombra è fastidiosa, la musica fa schifo e in terrazza fa freddino. Mi sono completamente spento e non riesco a essere molto più brillante del portacenere che c’è in mezzo al tavolo. L’uscita sembra trascinarsi per un mese e mezzo, non finisce più. Finalmente lei lamenta la voglia di tornare, scatto in piedi, pago, la carico in macchina, anche se avrei voluto legarla sul cofano a mo’ di Polena di una nave per poi andare a fare il pelo ai camion in tangenziale. Poi diciamocelo, non era nemmeno così carina come mi sembrava all’inizio. Ma da brava persona quale sono la riporto a casa. La saluto mantenendo quel minimo di distanza e torno a casa.
Non ci siamo più sentiti, un po’ perché non l’ho più richiamata, un po’ perché ho cambiato il numero di cellulare il giorno dopo.

A volte la vita presenta delle belle sorprese…

 

 

Post successivi:

Quelle strane cose della vita… il ritorno

Quelle strane cose della vita… summer edition

 

 

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"