Migliaia di ragazzi italiani in questi giorni sono impegnati con l’esame di Maturità. Quell’esame fatto alla fine del ciclo scolastico superiore che dovrebbe sancire il passaggio dall’età adulta, un po’ come per i popoli primitivi quando si schiacciano i maroni tra le pietre, o si prendono a frustate con rami pieni di spine, solo che questi ultimi sono riti meno barbari dell’esame di Maturità.

Anche io ho fatto l’esame di Maturità una volta, circa nel secolo scorso, quando ancora non si portavano tutte le materie e i voti finali erano dati in sessantesimi, con un calcolo logico – matematico che nessuno ha mai saputo spiegare, forse nemmeno capito, nemmeno l’inventore del calcolo.
In ogni caso si partiva da 36, che era la sufficienza, il 6, e si arrivava a 60, che era l’ottimo, il 10.

Poteva il mio esame di maturità non traformarsi in un’avventura degna di essere raccontata? Sì. Dove mi sono piazzato io in questa scala numerica a cazzo di cane completamente astrusa? Ve lo dico alla fine, altrimenti smettete di leggere, perché prima devo raccontare velocemente i retroscena della mia carriera scolastica superiore. Tanto mica dovete lavorare, no?

Finita la terza media ho avuto il dubbio di quale scuola affrontare. Essendo i miei professori delle medie delle emerite teste di cazzo degli affermati pedagoghi che ci tenevano a far crescere noi bambini incoraggiandoli e assecondando le loro attitudini, a me dicevano che ero stupido e che dovevo fare una scuola professionale che il liceo mi avrebbe ucciso.

Quindi, al momento di scegliere le superiori, il liceo lo scartai a piè pari visto che mi avevano convinto che non facesse per me. Mi sono rivolto alla famiglia e, avendo due zii nel mondo della odontostomatologia, decisi di seguire le loro orme andando alla scuola per odontotecnici, che tanto non si studia una cippa. Un bel paio di maroni: fisica, chimica, biologia, anatomia, tecnologia dei materiali, diritto legislativo e pochissimo laboratorio manuale. Insomma uscivi che non sapevi come costruire un dente, ma se volevi fare medicina eri più avanti dei quelli dello scientifico, per dire.
Per inciso, ora faccio un lavoro che non c’entra niente con tutto quello che ho raccontato, ma questa è un’altra storia.

Quindi mi trovo all’istituto per odontotecnici di Quarto Oggiaro, quartiere milanese gemellato con Scampia. Scopro d’improvviso di non essere così stupido e semianalfabeta come mi avevano fatto credere: nei primi 4 anni di scuola non ho mai una materia a settembre, ma nemmeno per sbaglio, nonostante i pomeriggi li passassi a lavorare in un laboratorio odontotecnico. Scopro anche che non ho bisogno di studiare come un matto, le cose le imparo facilmente direttamente a lezione con pochissimi appunti, un ripasso veloce a casa e i bei voti fioccano, il sudore no.
Quell’indirizzo di studi prevede anche un esame finale al 4° anno, per certificare chi vuole andare a lavorare subito senza fare la maturità e promuovere al 5° anno chi invece ha velleità universitarie. Io esco da quell’esame tra i migliori dell’istituto e mi involo per il 5° anno con prospettive universitarie di medicina.

Peccato che tra il 4° e il 5° anno, complice anche il compimento dei 18 anni, perdo completamente la voglia di studiare e di andare a scuola. Faccio una quinta tremenda, visto che potevo firmarmi le giustificazioni da solo, tra ottobre e novembre ho tipo 10 giorni di presenza. Mi barcameno per il resto dell’anno tirando la fine.
La professoressa di diritto, chiamiamola Marisa, mi detestava, ma la cosa era reciproca e in ogni caso tutti la odiavano a scuola. Innanzitutto ti costringeva ad usare come libri di testo quelli scritti da lei, erano stampati che facevano pena, ma secondo lei erano i migliori in assoluto, ogni scarrafone è bello a mamma sua. Nel bagno degli uomini c’era scritto su una parete: “Chi semina odio raccoglie gli schiaffi, Marisa puttana!“. Nella fattispecie, io con lei prendevo solo 5 nei compiti e nelle interrogazioni. Se studiavo per i compiti prendevo 5 che il linguaggio legale era approssimativo, se copiavo dal suo libro prendevo 5 ugualmente per lo studio troppo mnemonico. Insomma inchiodato sul 5. Questo è importante per capire quello che viene dopo.

Arriva il tempo degli esami, mi faccio due conti, tra una roba e l’altra calcolo una media del 5 e mezzo totale, quindi son sicuro di non essere ammesso all’esame. Così sicuro che nemmeno vado a vedere i tabelloni finali. I compagni con cui mi sentivo non erano stati ammessi, quindi ero sicuro di non esserlo nemmeno io.

Arriva il giorno dell’esame e bello fresco e tranquillo prendo il motorino e vado a scuola a sfottere i miei compagni di classe che di sicuro non avevano dormito ed erano tesi come corde di violino. Appena arrivo e comincio gli sfottò, mi guardano tutti come se fossi un deficiente. All’inizio non capisco, poi, su loro invito, vado a leggere i tabelloni e vedo che accanto a MrChreddy c’è la parola AMMESSO.
L’ansia e l’agitazione mi attanagliano, gli sfinteri reggono il colpo per un pelo e non cedono, comincio a sudare copiosamente, non ho dietro nemmeno la penna per scrivere. Con la salivazione azzerata e la lingua felpata cerco di capire innanzitutto la materia che c’è come primo scritto, poi l’argomento più probabile.

La materia è certa: Biologia. L’argomento è, secondo delle leggende Maya, l’allineamento dei pianeti e il cugino veggente di una della mia classe: Il Cuore.

Sequestro un libro di biologia, lo sfoglio fino al cuore e comincio a leggere più in fretta possibile il capitolo sul cuore. Sono tipo 1000 pagine, le cose che leggono hanno talmente tanta presa che un alito di vento le fa volare via.

Suona la campana e dobbiamo entrare, salgo i gradini come se andassi ad un funerale… il mio. Prima di entrare in classe incontro la professoressa di biologia, che faceva da membro interno per quello scritto e le chiedo disperato: “Prof… ma come avete fatto ad ammettermi?“, lei serafica: “Agli scrutini abbiamo fatto uno all’inizio dell’elenco e uno alla fine, quando siamo arrivati a te ne avevamo già bocciati 6 e abbiamo deciso di ammettere anche quelli con il 5 e mezzo, contento?“, mica tanto…

Mi siedo in classe dopo aver recuperato un dizionario da qualche parte e attendo la lettura del titolo del tema, con le budella che lottavano per non sciogliersi.

Finalmente arrivano i plichi, vengono aperti e il nostro membro interno legge la traccia, una roba tipo: “Descrivi ampiamente i processi chimico – fisici dell’apparato stomatognatico durante la masticazione“. Per i non addetti ai lavori significa: Descirvi che succede in bocca quando mastichi.
Sembra assurdo e di una fortuna sfacciata, ma quel tema lo avevamo fatto in classe con la professoressa due settimane prima, come preparazione all’esame. Inutile dire che mi ricordavo il 90% di quel tema. I nomi di enzimi e robe varie della saliva me li facevo dire dalla professoressa con domande astute quali: “Scusi prof… ho un vuoto, non mi viene in mente il nome di quell’enzima… sa quello che serve per predigerire quella roba…“, lei: “La Ptialina?!“, io: “Esatto! Grazie!“, il resto che non sapevo l’ho trovato sul dizionario a disposizione di tutti.

Sfangato egregiamente il tema di biologia dovevamo affrontare quello di italiano. Ero deciso di fare la traccia libera o quella di attualità. E così ho fatto, non mi ricordo nella fattispecie quali erano i titoli, ma l’ho fatto senza troppi affanni.

L’ostacolo vero e proprio erano gli orali. Due materie da scegliere su 4, ad alcuni le avevano cambiate, a me no: Tecnologia dei materiali e Italiano.

Potevo recuperare in pochi giorni un anno di programma? No. Potevo inventarmi qualcosa? No. Potevo invece vedere gli orali dei miei compagni e sperare di assorbire qualcosa, quindi mi presentai agli orali con il mio quaderno degli appunti. Il membro esterno di tecnologia chiedeva qualunque cosa, completamente a casaccio, non c’erano 2 domande uguali. Lì c’era poco da fare dovevo sperare che le sue domande cadessero esattamente sulle cose che sapevo, una cosa improbabile, ma non impossibile. Quella di italiano invece era metodica, chiedeva sempre un poeta, le proprie sensazioni riguardo all’opera del poeta, poi un argomento a piacere e una domanda di letteratura. Ce la potevo fare. Per gli sfigati capitati sotto matematica e fisica, invece, era un bagno di sangue, il professore era durissimo, domande difficilissime, poi per me che mi ero fermato alle moltiplicazioni in matematica era come comunicare in coreano, ma per fortuna non avevo matematica. Fisica era leggermente più abbordabile, ma nemmeno più di tanto.

Arriva il giorno del mio turno, mi avvicino alla commissione con il cuore in gola. Mi siedo, quella bastarda della Marisa accanto a me con il suo sorriso da: “Adesso ti pelano come una cipolla“.
Comincia il membro esterno di tecnologia, la sua ventiquattr’ore sulla cattedra, prende la mia scheda e mi dice: “Vediamo, lei, signor Chreddy, è andato piuttosto bene, un otto e mezzo nel tema di biologia e un bel nove in quello di italiano. Bene…

Io: “Grazie

Lui, picchiettando la penna sugli incisivi superiori: “Cominciamo con una domanda facile: la temperatura di fusione dell… ‘oro…

LA SO!!!“, penso e dico un mesto: “1064 gradi centigradi…

Lui: “Ottimo! Vediamo, mi parli delle caratteristiche fisiche del titanio…

Dentro di me muoio, non sapevo una mazza, temporeggio sparando qualche cagata classica per riempire un discorso che sarebbe stato: “Boh…” … ma… Triiiiii… Triiiiii… Triiiiii… un suono che stavamo imparando a conoscere a quel tempo. Lui repentinamente apre la sua ventiquattr’ore ed estrae un cellulare grosso come un’autoradio, che a quel tempo erano proprio i primi e risponde. Con un gesto scocciato della mano mi fa segno di andare avanti con le altre interrogazioni. Si alza e se ne va fuori dalla classe a parlare. La Marisa è visibilmente contrariata.

Passo alla professoressa di italiano, mi chiede quale poeta avessi preferito quell’anno, le dico Leopardi, parto con una manfrina infinita sulla solitudine, la tristezza, la tristezza della solitudine, la tristezza dell’essere tristi, la collina, la siepe, le chiare sere d’estate, il mare, i giochi, le fate e tutte quelle cose che non si poteva godere, ma molto commoventi che alla professoressa piacquero molto.

Esaurita la parte poetica mi aspettavo la domanda a piacere e invece mi spiazza con: “Vedo che quest’anno il vostro professore vi ha consigliato di leggere un po’ di libri, lei ha letto qualcosa?

La domanda mi coglieva completamente impreparato… non che non leggessi, ma leggevo roba che di sicuro non era in elenco, il Nerd dentro di me mi scansa di peso e prende il sopravvento, dico: “Non ho idea se il professore l’ha segnato, comunque ho appena finito di leggere il “Dracula” di Bram Stoker…“, a quel tempo il film di Coppola era ancora molto famoso.

Lei si illumina: “Ma sa che non l’ho mai letto? Avrebbe voglia di parlarmene? Com’è rispetto al film?

Comincia uno show senza precedenti, le parlo del libro, del film, le differenze e le licenze che si era preso Coppola, in un volo pindarico assurdo riesco a collegarlo con “I Malavoglia” e la narrazione senza giudizi di Verga, fino a “Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis” di Foscolo. Non mi stavo arrampicando sui vetri, ci stavo proprio ballando il Tip Tap e non accennavano a rompersi. Seguono standing ovation e 45 minuti ininterrotti di applausi. La Marisa è completamente distrutta.

La professoressa di italiano mi dice: “Ottimo esame, mi ha fatto proprio venire voglia di leggere il “Dracula”, non l’ho mai letto, ma raccontato così mi ha emozionato. Cosa vorrebbe fare l’anno finita la scuola?

Stavo per dire: “Vorrei iscrivermi a medicina“, ma quella bastarda della Marisa mi precede e, giocandosi l’ultima carta per affondarmi dice: “Vorrebbe fare i fumetti!

La commissione è esterrefatta, i fumetti sono roba da ignoranti, come i porno, ma avevo ancora la modalità nerd attiva e comincio un monologo sui fumetti come opera letteraria vera e propria. Di come i fumetti fossero l’anello di congiunzione tra la parola scritta e l’immagine in movimento del cinema. Di come i fumetti fossero un mezzo espressivo a tutto tondo e non una roba da bambini e tante altre cose che fecero scattare la seconda standing ovation e altri 45 minuti ininterrotti di applausi, con i membri della commissione in lacrime di commozione come davanti ai film con Nino D’Angelo.

La Marisa era definitivamente sconfitta, che nemmeno con l’Attacco Solare di Daitarn III potevo distruggerla meglio.

Alla fine uscii dall’esame con un bel 50 sessantesimi, penalizzato dal pessimo voto di ammissione. I miei compagni ammessi con l’8 e che avevano studiato come dannati uscirono con un misero 36. Non mi invitarono alla cena di fine anno e lo ammetto, non c’è giustizia in tutto quello che ho raccontato, ma come diceva mio padre (da leggere con accento toscano molto marcato): “Contro vento si può andare, ma contro culo no!
Mi rendo conto che avevo esaurito le mie scorte di culo tutte in una volta sola.

Come mi manca la scuola…

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"