Avete presente quell’insostenibile sensazione di torpore che a volte vi coglie negli oziosi pomeriggi delle domeniche estive? Quando sembra proprio che il vostro corpo si sia autodichiarato in prognosi riservata e si rifiuti di spostarsi anche solo per mettersi sulla strada di quel refolino fresco che spira a giusto due centimentri di distanza da dove siete voi? Quando il vostro cervello smette di formulare pensieri coerenti, soggetto, complemento e verbo ma si mette d’impegno per farvi parlare come Yoda? Ecco, io questo stato lo chiamo pausa caffé dell’anima, ed è da un mese che ci sono immersa, ormai.

Il posto preferito dalla mia anima per andare in pausa caffé é l’aeroporto.

Diciamocelo, l’aeroporto non fa parte del nostro mondo.

È un ambiente dotato delle proprie leggi  spazio-temporali, una delle tante dimensioni celate nei peli della barba di Alan Moore, un luogo in cui perdersi e in cui le imprecazioni più fantasiose trovano terreno fertile.

Quando arrivo in aeroporto il mio cervello, con uno zoot, si spegne, appende l’insegna Chiuso per ferie e se ne esce con occhiali da sole e cappellino da baseball, abbandonandomi al mio destino. Mi metto in fila per il check-in, circondata da turisti sudati, con addosso improbabili camicie hawaiane che credevo (e speravo) di poter vedere solo nei film, cappelli che insultano sfacciatamente il buon gusto e occhiali da sole anche se si trovano al chiuso. E poi questi sono gli stessi che quando si trovano a girare per le vie della città, con il sole che si riflette accecante sull’asfalto, si dimenticano sempre gli occhiali da sole a casa o in albergo. Sempre più giù nel baratro della deficienza.

La hostess di terra mi accoglie con un sorriso alla Barbie. Ti prego, salvami tu da questo calvario.
Guarda la foto della carta d’identità, guarda me, riguarda la foto, altalena quella deliziosa testolina castana a più riprese tra me e la foto.
Sei davvero tu?” domanda, stupita. Mugugno un , il maggiore sforzo che il mio cervello è in grado di compiere mentre è impegnato a sorseggiare un cocktail sotto il sole di una qualche spiaggia tropicale.
Beh, lasciamelo dire, sei cambiata molto!” esclama, con una risatina, squadrandomi con quegli occhioni nocciola. Senti, mi fai il biglietto o devo venire lì dietro e farmi tutto da sola?
Produco un sorriso più falso del borgo del Valentino e agguanto il biglietto che mi sta tendendo, facendolo sparire nei meandri della borsa in meno di un secondo.
Allora buona giornata.” dice, riproponendo il sorriso da Barbie Sogno di Hostess.

Mi dileguo alla ricerca di un bar per comprare una bottiglietta d’acqua, dal modico prezzo di un paio di lingotti d’oro.
Sorseggio la preziosa bevanda centellinandola al massimo, bevendone lo stretto necessario.
Mi appollaio su una seggiola, iniziando a leggere. Dopo una mezz’oretta di lettura, di cui non ricordo niente, mi alzo, mi metto in spalla lo zaino col portatile e vado  ai metal detector.

Deve ripassare lo zaino.” mi ordina la guardia. Accomodante, rimetto lo zaino nel rullo e lo osservo rientrare di nuovo nel piccolo tunnel dimensionale.
Lo potrebbe far ripassare di nuovo, per piacere?” domanda ancora la guardia. Iniziando a sentirmi presa per i fondelli, riguardo il mio zaino passare per la terza volta nella piccola bolla dimensionale.
Ecco, vedi, devi controllare così.” sento dire alla guardia. Mi giro e vedo che si sta rivolgendo a un suo collega, quasi certamente alle prime armi. Una leggera irritazione mi avvolge mentre finalmente mi riapproprio del mio zaino e mi incammino verso il mio gate.

Relax, mi sussurra il cervello. Il suo fiato sa di alcool. Take it easy. Conclude, prima di capottarsi, in preda ad una sbronza planetaria.
Bene, penso. Ora mi metto a parlare con i miei organi interni.

Mi metto in un angolo, presa da un’inspiegabile ansia. Forse é il segno che ho guardato troppe volte Lost. Inizio a studiare i volti degli altri passeggeri, sperando che ci sia qualcuno che possa far le veci di Jack.

Iniziamo l’imbarco, le hostess di terra che rivolgono sorrisi da pubblicità del dentifricio ai passeggeri già stanchi e stressati prima ancora del ritiro bagagli.
Ci accomodiamo sull’aereo, ad accoglierci c’è uno stewart che sembra uscito da una telenovela brasiliana, con tanto di baffetti e riportino.
Dopo il rituale spettacolo di mimi prima del decollo, finalmente l’aereo prende il volo. Sento che la mia anima si sta prendendo un caffè doppio in tazza grande, per sopportare la monotonia del viaggio.

Dopo circa una decina di minuti, il pilota, con tono gaio da venditore di pentole, ci informa dell’altitudine a cui stiamo volando, della temperatura esterna, del tempo che fa (come se avessimo gli occhi foderati di salame) e del tempo che ci attende a Cagliari. Mi risveglio dalla trance in cui ero scivolata, cullata dal ronzio ritmico dei motori, giusto in tempo per pensare Sapere da che altezza esatta potrei precipitare dovrebbe essermi di conforto?, per poi riandare a far compagnia al mio cervello, sotto un’ombrellone fatto di foglie di palma.

Al momento dell’atterraggio un bambino inizia a piangere. Subito dopo inizia a frignare un altro, seguito a ruota da altri due. In meno di un minuto l’aereo è attraversato da pianti e grida disperate.
Genitori nevrotici sventolano davanti ai loro pargoli sonaglietti e pupazzetti, ottenendo solo di terrorizzarli ancora di più, gli stewart fanno le pupille verticali da vipera, gli altri passeggeri pregano affinché lo strazio abbia fine. Finalmente l’aereo tocca a terra. L’atterraggio è accolto con un rituale, buzzurrissimo applauso scrosciante.

Ci caricano tutti su un pullman che ci porta fino all’ingresso dell’aeroporto. Dopo averci scaricato con i forconi, visto che eravamo appiccicati come sardine, parte la Mission Impossible: il recupero dei bagagli.

Ci sistemiamo tutti davanti al lungo serpentone che dovrebbe, in teoria, riconsegnarci i nostri effetti personali. Passano venti minuti, passa mezz’ora. Sul nastro girano sempre le stesse due valigie tristi, residuo del volo precedente. Proprio mentre ci stiamo chiedendo se mai usciremo da lì, ecco che la folla si sposta al nastro accanto, recante l’effigie Volo in arrivo da Roma Fiumicino. Tra grida di giubilio e scoppi di pianti irrazionali di passeggeri che riabbracciano finalmente i loro bagagli, prendo le mie e inizio a marciare verso l’uscita, vedendola lontana e splendente come un miraggio.

Durante tutta questa vicenda di ordinaria amministrazione non ho formulato pensieri più razionali di un uh, sforzo intellettuale pari e forse minore di quello che potrebbe compiere Homer Simpson. Il mio cervello mi ha dato forfait e anche ora, mentre scrivo quest’altra mia vicenda, il maledetto mi sta occhieggiando dal lettino in bambù su cui è adagiato. La mia anima invece mi sta offrendo un caffè nero forte. Credo proprio di averne bisogno. Se mi scusate, credo che andrò a prendermi un caffè.

Le immagini all’interno del post sono dell’illustratrice Elisa Ferro e tutti i diritti sono suoi.

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"