Ieri abbiamo cominciato una cavalcata nella carriera di Tim Burton, in attesa che l’ascensore di Ryan si fermi al piano giusto, passando in rassegna il quindicennio che va dall’85 al ’99.

Siamo rimasti con i dubbi e un sacco di domande.

Cosa succede a Tim Burton quando scavalca il secolo?

Quali altri film meravigliosi ci regala?

Perché continua a pettinarsi come Robert Smith dei Cure?

Quali altre ossessioni sublimerà con i suoi film?

Che tipo di ruoli affiderà a Johnny Depp?

Andiamo a rispondere a queste e a molte altre domande ripercorrendo gli ultimi dodici anni della sua carriera.

Ormai Tim Burton è un nome. Dal 1985 al 1999 si può dire che non ha sbagliato un film, o quasi, compiacendo la critica e buttando un occhio pure al botteghino.

Ormai i critici, soprattutto quelli italiani, appena vedono il suo nome scodinzolano, sbavano e si pisciano addosso dall’emozione, vanno al cinema con già le recensioni scritte, piene di parole come “Capolavoro burtoniano“, “Genio gotico“, “Visionario” e altre cose che riempiono la bocca, danno un tono e all’atto pratico significano poco e niente.

Ma è successo qualcosa tra il 1999 e il 2001. Forse Burton viene colto dal Millenium Bug, forse si sveglia una mattina e non ha più il suo estro. Non lo so, di sicuro so che scopre la plastica, con cui riempirà i suoi film da qui in poi.

Nel 2001 la Fox affida a Burton il remake del primo: “Il Pianete Delle Scimmie“, un classico e un nuovo kolossal.
Tim non si accontenta di rigirare il film originale così com’è, ma lo rimaneggia alla sua maniera.
L’originale è un film con uno spettacolare Charlton Heston astronauta che atterra su un pianeta abitato da scimmie intelligenti come umani, salvo poi scoprire, in un’epica e commovente scena finale che rimarrà nella storia del cinema, di essere arrivato sulla terra del futuro. Il film si conclude con Charlton inginocchiato, piangente e disperato davanti ad una Statua Della Libertà distrutta. Non riesco nemmeno a descriverlo senza commuovermi.
Nella mani di Burton diventa un film su un astronauta, un impassibile Mark Wahlberg, che appena tocca un mezzo di locomozione si schianta da qualche parte, nella fattispecie su un pianeta abitato da scimmie. Ma non sono scimmie normali, sono intelligenti. Parlano e sono ignifughe, se vengono investite dai post bruciatori di una astronave svengono per qualche secondo, poi si rialzano. Lo scimpanzé che accompagna Mark nella sua avventura invece è un pilota provetto, riesce ad atterrare ovunque in modo perfetto. Il film finisce in modo diverso rispetto all’originale. Mark riesce a decollare per tornare sulla Terra, ma ha un problema e si schianta. Forse era meglio far guidare lo scimpanzé. E invece si ritrova sul monumento di Lincoln che però ha le fattezze di una scimmia perché tutto il mondo è popolato da scimmie, che per di più poi lo arrestano.
Gli scienziati, a 12 anni di distanza, si stanno ancora chiedendo che cazzo volesse dire quel finale. Tim Burton pure.
La critica ne esce spaesata, un po’ lo acclama, un po’ dice che è carino. La gente ne decreta il successo andando al cinema in massa.
Tutti però escono dal cinema con la stessa identica espressione leggermente interrogativa…

Ma, quel finale…?

Accantonato l’enigma de “Il Pianeta Delle Scimmie“, Burton si accoppia mette insieme a Helena Bonham Carter cominciando infilarla in tutti i suoi film successivi.

Si comincia nel 2003 con “Big Fish – Le Storie Di Una Vita Incredibile“, adattamento del romanzo di Daniel Wallace scartato anche da Spielberg.
Il film narra le vicende di un uomo che tenta di riconciliarsi con il padre morente che non fa altro che raccontare cazzate storie inverosimili sulla sua vita. Il film è una sarabanda di scene visionarie senza né capo, né coda, cose buttate lì così, tanto per, scene indecifrabili. Mi sto ancora chiedendo che cosa voglia dire la parte con Danny DeVito direttore del circo e lupo mannaro a tempo perso.
Per carità la parte visiva è molto bella, ma la sostanza è un pastrocchio di storie accrocchiate e di fili non legati tra loro, in più Ewan McGregor è insopportabile con quel suo sorriso a 397 denti stampato in faccia per tutto il film.

Il libro da cui è tratto è brutto, ma l’adattamento cinematografico è anche peggiore. Potrei fare un post dedicato solo a questo film… se il pensiero di rivederlo non mi spingesse a ficcarmi una pistola in bocca.
Comunque il film è un successo sia al botteghino che per la critica. Per tutti è un “film strano“, “pienamente burtoniano“, ma nessuno mi sa spiegare che cosa vogliano dire quei termini in un linguaggio umanamente comprensibile. Evidentemente nessuno ci ha capito una mazza, quindi Tim Burton deve essere un genio, è un assioma che ricorre spesso nell’arte…

Per esempio…

Passano veloci i due anni canonici tra un film e l’altro e nel 2005 esce “La Fabbrica Di Cioccolato” remake del classico film di Mel Stuart con il grande Gene Wilder. In realtà non si tratterebbe di un remake vero e proprio, ma di un nuovo adattamento del racconto di Roald Dahl, però è impossibile non confrontare i due film. Come è impossibile non fare un parallelo tra Johnny Depp e Gene Wilder.
Gene Wilder tratteggia un Willy Wonka burbero, cinico e leggermente alienato, a causa del suo isolamento volontario dal mondo. Johnny Depp, invece, trasforma Willy Wonka in un burbero sociopatico totalmente imprevedibile.
Burton cancella tutta la magia del primo film e del racconto con un colpo di spugna. Le scenografie sanno di plastica fin dove l’occhio si estende, hanno la credibilità di un’attrazione di Gardaland. Ma il vero problema è che Burton spinge a martellate nel film la storia di Willy Wonka. Prima ci fa vedere che Wonka può creare uccellini di cioccolato vivi; poi ci spiega che lo fa perché suo padre, un severo dentista, gli impediva di mangiare caramelle. Quindi Willy è un bambino normale come tutti, che… boh, crea cose magiche? Però se è un bambino normale, suo padre un uomo normale e vivono in un mondo normale, non puoi farmi vedere che il padre trasloca portandosi dietro tutto lo strafottuto palazzo, sradicandolo letteralmente dalle fondamenta. E chi cazzo è, Superman?!
Dov’è la poesia del racconto di Dahl che il primo film mantiene integra? Perché gli Oompa Loompa da esseri fantastici sono diventati una miriade di cingalesi nani? A sto punto prendimi a schiaffi mentre guardo il film, no?!

“Anche tu sei imbarazzato per sto film?”
“Se non fossi un pupazzo arrossirei…”

Lo stesso anno esce nei cinema “La Sposa Cadavere“, altro film in stop motion con pupazzi disegnati da Burton e basato su una fiaba ebrea della Russia.
Questa volta Tim Burton non compie l’errore che ha fatto con “Nightmare Before Christmas“: “Metti che diventa un classico pure questo e non sono accreditato come regista, come in “Nightmare Before Christmas” e tutti i meriti vanno a qualcun altro. Cià, Mike Johnson, spostati che metto pure il mio nome. Anzi, lo metto prima del tuo, che non si sa mai.
Ovviamente anche qui ci sono Johnny Depp e Helena Bonham Carter a doppiare i due protagonisti.
Il film però non è ai livelli di “Nightmare Before Christmas“, non ha la stessa poesia, la visione cupa del mondo dei vivi che si scontra con quella colorata e divertente del regno dei morti è già stata sfruttata in “Beetlejuice” e non ha più molto mordente.
Anche qui la critica si emoziona, viene candidato all’Oscar, ma si deve scontrare con l’epico “Wallace and Gromit: La Maledizione Del Coniglio Mannaro” e non vince. Non ci fossero stati Wallace And Gromit, c’era in lista il bellissimo “Il Castello Errante Di Howl“. E anche contro quello non ce l’avrebbe fatta.
Il pubblico apprezza molto, diamine, come si fa a dire che è un film noioso e senza mordente? È Tim Burton!
Eh, sticazzi!

Non ha proprio una bella cera…

Nel 2007 esce nelle sale “Sweeney Todd: Il Diabolico Barbiere Di Fleet Street“. Ormai è assodato, Tim e Johnny fanno coppia fissa, con la Bonham Carter a reggere il moccolo.
Burton si lancia nella trasposizione cinematografica dell’omonimo musical teatrale. Peccato che quello che funziona a teatro, non sempre funziona al cinema. Soprattutto non si può stare al cinema 2 ore vedendo attori che invece di parlare, cantano. Cazzo, i musical migliori sono quelli con la parte recitata e quella di canto/ballo separate, se le unisci diventa una roba insopportabile! Soprattutto non si può chiudere ogni dannatissima scena con una fottuta carrellata all’indietro. Così son capace di dirigere pure io!
Dante Ferretti alle scenografie stilizza una Londra che più finta si era vista solo nella ricostruzione della Lego…
I pochi che non collassano in sala sopraffati, lo apprezzano.
I premi per questo film sono regalati molti, tra Golden Globe e Oscar alla Lego scenografia e pure uno Scream Award sulla fiducia come Film Più Atteso Dell’Anno.

Lo stesso anno Burton riceve il Leone D’Oro ad katzum alla carriera.

Nel 2010 la Disney affida a Burton il remake/sequel in 3D di “Alice Nel Paese Delle Meraviglie“: “Alice In Wonderland“. Dove remake significa: la storia è pari pari al cartone originale, virgola più, virgola meno. Sequel invece vuol dire che Alice è una brutta biondina, di età tra i 25 e i 45 anni, a cui tutti i personaggi del film chiedono: “Alice, ti ricordi quando sei venuta qui la prima volta?” e lei risponde: “No“. Ecco fatto un sequel: si prende l’originale e lo si ricopia citandolo. Insomma una capriola mentale, con sangue dal naso, tipicamente burtoniana.
Nel ruolo del Cappellaio Matto c’è il solito Johnny Deep che fa il personaggio strano con il cilindro, i capelli pettinati strani e le mossettine da fuori di testa. Praticamente Willy Wonka, ma con le lenti a contatto gialle.
Gli effetti speciali digitali sono stati realizzati in un sottoscala da degli schiavi cinesi armati di Commodore 64. Per dare a Cesare quel che è di Cesare devo dire che lo Stregatto è l’unica cosa realizzata come si deve, 5 minuti, esagerando, di effetti speciali belli su 2 ore di film. Poi il resto è una roba talmente pacchiana e plasticosa da risultare stucchevole. Sul lato tecnico la cosa peggiore, però, è il 3D, praticamente inesistente.
Tralasciando la love story/flirt tra Alice e il Cappellaio Matto, che essendo di Depp la parte viene dilatata in modo esasperante, il finale però arriva dei livelli davvero infimi. Probabilmente qualcuno cambia le ultime pagine del copione con una recita delle elementari e Alice si trova vestita come Giovanna D’Arco a combattere un drago.
Vinta la battaglia c’è la scena più imbarazzante della storia del cinema. Più imbarazzante  di quando sei piccolo e stai guardando un film con tua madre accanto e PAM! all’improvviso parte una scena di sesso esplicito. È la “Deliranza” di cui, per tutto il film, ce la menano ci dicono che il Cappellaio è il campione mondiale. Potete vederla qui sotto… e poi vergognarvi.

Arriviamo finalmente a quest’anno. Qualche mese fa è uscito “Dark Shadow“, adattamento cinematografico di una sit-com degli anni ’60.
Che dire. Boh, che Tim Burton prova a tornare quello di una volta, con i toni cupi, il gotico e tutto il resto, ma non ci mette dentro niente nel film, come da “La Fabbrica Di Cioccolato” in poi. Questo film avrebbe potuto farlo chiunque, le pettinature emo, gli alberi rachitici in contro luce e quel gotico decadente di plastica, sembrano più un’imitazione del Tim Burton dei primi film, piuttosto che il regista originale.

Evidentemente Tim Burton non ha più molto da dire, lo dimostra anche il fatto che il suo prossimo film è il corto in stop motion “Frankenweenie” riproposto come un film intero, diluendo una storia di mezz’oretta in un’ora e mezzo. L’idea era carina proprio perché era un corto, ma sinceramente un film non ce lo vedo proprio…

Davvero, caro Tim Burton, basta con Johnny Depp che fa il Freak con le pettinature strane. Basta con i soliti pupazzi che ci riproponi da 20 anni, ormai hanno rotto, sono diventati come le cipolle quando non le digerisci. Basta con la Bonham Carter, siete diventati come Benigni e Nicoletta Braschi, non vi si sopporta più. Basta autocitarti. Basta con le pippe su tuo padre, vai da uno psichiatra, i soldi li hai, smettila di fare i film per parlare di questo tuo complesso. Davvero, basta, se sei un “Genio” come dicono cerca di evolverti, butta la plastica con cui ormai riempi i tuoi film, buttati su altre cose, ogni altro regista degno di questo appellativo l’ha fatto, tocca a te, sei un ometto, su, cimentati in qualcosa di nuovo, sennò diventi vittima di te stesso, ormai sei una macchietta, un’imitazione di quello che eri nell’85…

Oh, avete sentito il Biiing? È arrivato l’ascensore di Ryan, vediamo che succede…

Disclaimer:

Nessun Tim Burton è stato maltrattato, torturato o ucciso durante la stesura di questi 2 post. Solo le palle dell’autore ne hanno risentito.

 

Post precedente:

In ascensore con Ryan: Tim Burton – Parte I

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Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"