The Walking Dead” è il fumetto di culto scritto da Robert Kirkman e disegnato all’inizio da Tony Moore e in seguito da Charlie Adlard.

La serie della Image Comics è cominciata nel 2003 e tutt’oggi va avanti. In Italia viene pubblicata da Saldapress con giusto un paio di anni di ritardo. Stiamo ancora aspettando il volume n° 13 che negli U.S.A. è uscito nel novembre 2010. Però potrebbe andare peggio, visto che sul loro sito l’ultimo volume annunciato è il 6°.

In ogni caso “The Walking Dead” è una serie che sta vendendo tantissimo ovunque, convince sia pubblico che critica.
La trasposizione cinematografica era ovviamente dietro l’angolo in attesa di essere realizzata, se non che Frank Darabont l’ha portata in televisione per la rete televisiva americana AMC nell’ottobre 2010.
Stranamente in Italia siamo al passo, visto che Fox ha cominciato a trasmetterla nel novembre dello stesso anno.

Nel post ci sono un po’ di spoiler sulle prime due stagioni, quindi leggete a vostro rischio e pericolo.

La trasposizione televisiva si distacca molto dal fumetto originale. Alcune situazioni sono diverse, altre parti sono allungate, alcuni personaggi sono inventati da zero, altri sono stati modificati.

C’è da dire che un approccio del genere è interessante, soprattutto per chi ha letto i fumetti e conosce già la storia.
D’altro canto la parte migliore del fumetto sono proprio i personaggi e modificarli non da sempre buoni frutti.

La prima stagione di The Walking Dead è composta da sei episodi. È, a mio parere, piuttosto scialba e piena di cose già viste nei millemila film sugli Zombie che sono usciti fino ad oggi, senza aggiungere niente di nuovo. Le ultime puntate sono lente e senza alcun tipo di brio, soprattutto perché non portano in fin dei conti a nessuna svolta eclatante o stimolante per la seconda stagione.
Le parti aggiunte, come la CDC, lasciano il tempo che trovano, anche perché, alla fine, la situazione torna ad essere esattamente quella che era prima, ricongiungendosi con la trama del fumetto.

I dialoghi tra i personaggi, che nel fumetto funzionano bene e appassionano, nel telefilm diventano lunghi e noiosi. Non sempre quello che funziona su carta poi funziona anche sullo schermo.

Quello che cambia maggiormente è la prospettiva della storia stessa. Kirkland, nel fumetto, cerca di immaginare come potrebbe reagire un gruppo di persone eterogeneo in una situazione limite e di costante pericolo. Come questa situazione cambia i personaggi, cosa li spinge a fare, come diventano in un progressivo cambiamento che si intuisce dal cambio di modo di pensare, espresso nei dialoghi, al comportamento stesso.

Nel telefilm l’evoluzione dei personaggi è marginale e diluita in una marea di puntate, salvo poi fare dei balzi avanti lasciando la sensazione di essersi persi qualcosa.
L’accento è posto principalmente sugli Zombie più che sui personaggi che risultano piuttosto piatti e stereotipati nella scrittura e nella recitazione.

Nella seconda stagione questo salta ancora di più all’occhio. In un telefilm corale, pieno di personaggi, come potrebbe essere “Lost” ad esempio, in genere si tende a eleggere il personaggio preferito. In “The Walking Dead” invece ci si concentra a trovare quello che sta meno sulle palle tra tutti.

Sicuramente il più carismatico è Daryl Dixon. Un novello james Dean, solitario, rude, ma dal cuore tenero. Il personaggio inventato ex novo per la serie Tv e, praticamente, un doppione di Michionne con la balestra al posto della katana. Ricorda molto il Sawyer di Lost, battuta sempre in canna e nomignoli per tutti.

Tutti gli altri, come dicevo, sono abbastanza piatti. Rick Grimes, il protagonista, dopo una stagione e mezzo a fare il buono e l’eroe del gruppo, di punto in bianco diventa un bastardo che si fa come dico io o si fa come dico io.
Lori, Grimes, sua moglie, è sempre e solo tra il preoccupato e l’incazzato. Il Loro figlioletto Carl… beh, non si vede l’ora che muoia. La cosa divertente è che cresce più in fretta di quanto si svolge la serie, anche perché l’arco temporale delle 3 stagioni è di circa un anno, mentre nella realtà sono passati quasi 3 anni. Forse era meglio prendere un nano per interpretare Carl.

Uno dei personaggi migliori del fumetto, Andrea, nel telefilm è stato notevolmente peggiorato, addirittura nella seconda stagione diventa un’insopportabile frignona, con il grugno da dura.

Quello che ne esce peggio, oltre ad Andrea, è sicuramente Dale, il vecchio con il camper, che, da saggio e coscienza del gruppo, nel telefilm appare come un lamentino, rompiballe. Non si vede l’ora che muoia e, quando succede, il sospiro di sollievo è enorme.

Glenn e Maggie non sono resi affatto male. Soprattutto Maggie.

Se la prima stagione non offriva niente di nuovo nel panorama cinematografico sugli zombie, la seconda stagione, allungata a 13 puntate contro le 6 della prima, mostra tutti i segni della mancanza di idee. Probabilmente è dovuto al budget e al fatto di non voler mettere troppa carne al fuoco razionando idee e situazioni cardine del fumetto.

Delle 13 puntate della seconda stagione le prime 6 o 7 sono praticamente inutili riempitivi. Tutte incentrate sulla ricerca di Sophia e l’arrivo alla fattoria di Hershel. Sembra durare una vita e il finale di quella situazione era abbastanza prevedibile.
Nella seconda parte invece succede di tutto di più, con tutta una serie di minchiate da antologia, ma almeno non si rischia il coma irreversibile come succede ad inizio stagione.
Il problema è che la serie non decolla mai veramente, ha dei lampi, ma niente che faccia appassionare veramente.

La terza sarà incentrata sul carcere e il Governatore. Sarà ovviamente edulcorata, però almeno è arrivata Michionne alla fine della seconda stagione, sperando mantenga l’appeal che ha nel fumetto. Inoltre è stata allungata ulteriormente, fino a 19 episodi. Se tutte le situazioni sono dilatate come nella seconda stagione bisognerà vederla armati di Redbull.
Rimane comunque assurdo il fatto di dover aspettare la terza stagione di una serie per aspettare di vedere qualcosa di interessante.

 

 

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Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"