Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta a cuore e, per una volta, abbastanza serio, anche se cercherò di alleggerirlo, per quanto possibile: la morbosità dell’informazione.

Cosa intendo con morbosità dell’informazione? Nient’altro se non il fatto che i media, da qualche anno a questa parte, sono sempre più ansiosi di trasformare il telegiornale in un mini film horror degno delle più scabrose fantasie di Stephen King.

Ogni volta che si dà la notizia di un omicidio, il telegiornale va avanti a riproporlo in salsa diversa per almeno una settimana. Il primo giorno domina l’orrore, quando la news è fresca fresca. Ma, ed è questa la cosa preoccupante, ogni volta che viene riproposta fa sempre meno effetto, fino a che non si cambia canale perché ci si è stufati di sentire sempre la stessa notizia.

Si ripropone la notizia in chiave drammatica: inquadrature sui parenti in lacrime, sul nome del citofono, sulla casa vuota.
Si trasmette in chiave RIS: tipiche di questa chiave di lettura sono le inquadrature al piede del Carabiniere di turno, i RIS di Parma che fanno il loro ingresso nella casa/strada dell’orrore per fare le loro analisi, i cartellini della scientifica, i referti delle autopsie.
Si propone in chiave horror: macchie di sangue, se disponibili, filmati di sorveglianza o amatoriali in cui si può vedere in diretta gli istanti che precedono la morte della vittima, le armi dei delitti.

I Ris di Parma si accingono a svelare l’assassino

Quel che mi chiedo è: c’è davvero bisogno di tutti questi zoom? Non basterebbe dare la notizia, fare un servizio semplice, senza macchie di sangue, piedi di Carabinieri, inquadrature malinconiche con lagnose musichette al pianoforte e, a mio avviso, anche strappalacrime, sulle tapparelle abbassate della finestra della casa della vittima.
Una persona ha bisogno di tutti questi stimoli per commuoversi davanti, ad esempio, all’omicidio di un giovane? La notizia è già di per sé abbastanza drammatica, non ci sarebbe bisogno di andarla ad appesantire con tutti questi focus.

E fosse l’unica cosa… ora, senza fare nomi, Studio Aperto ha una politica di gossip informazione davvero strana.
Voglio dire, un secondo prima viene trasmesso il servizio sull’orribile omicidio avvenuto la notte prima, un secondo dopo si parla delle tette nuove della Falchi o del ritorno di fiamma di Clooney con la Canalis.
Ma ma ma… ma siamo totalmente e irrimediabilmente impazziti? Non fai neanche in tempo a commuoverti davanti alla tragedia che subito te le vedi sostituita da una parata di retrotreni in spiaggia… ma fatemi il piacere.

E fosse finita qui. Ebbene, non è così. Sempre senza fare nomi, gente come la Barbarona D’Urso ci lucra per una settimana.
E’ brutto da dire, lo so, ma guardiamoci in faccia: è così.
Vogliamo parlare dei suoi finti pianti, dei suoi servizi strappalacrime, delle interviste ai parenti? Lacrime più finte di quelle non le ho viste neanche in film di serie C, il che è tutto dire.

La Barbarona pensa a cosa proporre al pubblico in settimana

E poi, infine, come non citare i geniali reporter? Quelli che vanno a domandare al padre della ragazza uccisa la notte prima: “Perdonerà l’assassino di sua figlia?
Ma che domanda è? Ha ucciso mia figlia, non mi ha sporcato il balcone!
Il perdono è un qualcosa di difficilissimo da dare, non so neanche se lo perdonerò prima di morire, figuriamoci ora che ha appena confessato di aver sgozzato mia figlia!
Ma poi, la domanda clou, il punto forte di ogni reporter decerebrato che si rispetti: “Come si sente?
Rispondo io per loro:
Come mi sento? Vediamo, prima ti prenderei a sberle, poi ti tirerei sotto con la macchina, ma non una volta, no, troppo facile. Più volte, anche in retromarcia. Poi scenderei e ti chiederei: “Come si sente?
Ecco come mi sento.

Trillian Astra

Scritto da: Trillian Astra

Era una ragazza strana. Alla voce "hobby" c'era scritto "autopsie".