Rieccomi dopo la doverosa pausa di riabilitazione post-cenone/pranzone di Yule. Ora, dopo la prima lavanda gastrica, sono pronta a tornare tra voi.

Come è stato il vostro Yule? Lasciate stare, non siete costretti a rispondere. Già immagino quante volte vi sia stato chiesto e posso fantasticare sull’entusiasmo della risposta, pari a quello di un bradipo nell’ottica di dover correre una maratona.

Bando alle ciance introduttive. Oggi vorrei parlarvi del mio Yule, in parte per distrarvi dalle preoccupazioni e dalla digestione ancora difficoltosa, magari facendovi fare due risate o regalandovi un’esperienza catartica, e in parte per sfogarmi su e con voi.

Iniziamo dunque.

Mattina di Yule, alias Natale. Mia madre entra in camera buttandomi giù dal letto, abbaiando che siamo già in ritardo, che sono una pigrona, la disgrazia della famiglia e cose di questo genere. Unico pensiero partorito da quell’effettivamente pigrone del mio cervello: uh.

A malincuore abbandono il caldo abbraccio delle coperte per veleggiare a rendermi presentabile. Tre cicli temporali e mezza trousse (usata forse una volta) di trucchi dopo, sono pronta ad uscire.

Ed eccoci arrivati al momento saliente e dolente della giornata: il pranzo.

Alcuni di voi faranno la cena, altri il pranzo, ma, come disse il saggio Ford Prefect, il tempo è un’illusione, l’ora dei pasti una doppia illusione, perciò non stiamo a fare tanto i pignoli.

In quanti si sono fatti la fatidica promessa “Dai, questo Natale giuro che non mi sfondo”? In quanti l’hanno mantenuta? Non tutti assieme, mi raccomando.

Comunque, faccio anch’io parte della schiera di coloro che hanno allegramente deluso le aspettative dei loro nutrizionisti. Oh, è Natale, santo Zark, e Natale uguale cibo, da che mondo è mondo.

Natale uguale cibo e anche uguale parente che ti vede sempre deperito.

In ogni famiglia c’è una qualche parente, nonna, zia, prozia, cugina di settimo grado, insomma, qualcuno che ti spinge ad ingozzarti di cibo come un criceto si abbuffa di semini di girasole. Se non ce l’avete l’affittano, perché a Natale non può mancare la parente che viene lì, ti guarda, ti riguarda, poi scuote la testa con aria tra il contrariato e il disgustato ed esordisce con un “E no, non ci siamo proprio. Guardati, sei pelle e ossa! Devi mangiare, se vuoi diventare grande!”

Nel mio caso la parente con problemi di vista è la nonna. Quest’anno la mia replica è stata “Nonna, ho diciassette anni, ormai al metro e sessanta non ci arrivo, neanche se mi gonfio come un pesce rosso.”

La verità è dura da accettare, ma è uno sporco lavoro che va fatto.

Chi di voi, almeno una volta nella vita, non si è dovuto subire le parenti fino all’ottavo grado (non solo a Natale, ma anche a un matrimonio o a qualche altra festicciola) che, credendo che la tua pelle sia fatta di gomma, ti danno dei buffetti sulle guance così devastanti che, dopo, con le suddette guance potresti farci bunjee jumping? Andiamo, siamo fra amici, non fate i timidi.

Arriva il momento del pranzo. Dopo centosessanta antipasti, tortellini in brodo, due tipi di arrosti e tanti di quei dolci che perfino Briatore avrebbe giudicato esagerati per il suo matrimonio, arriva il pomeriggio. E il pomeriggio è il momento di maggior crisi: tra pappagorge degne di un cardinale che tremolano, sinfonie per naso solo di chi si è addormentato sopraffatto dal panettone, chi si è arreso alle inevitabili coliche post-pranzone, chi sclera durante i classici Giochi Senza Frontiere, il tempo passa lento come se l’orologio fosse stato immerso nella crema mascarpone che ora scorre nelle vostre vene al posto del sangue.

Morale della favola? Tenete sempre pronta la Citrosodina.

 

Trillian Astra

Scritto da: Trillian Astra

Era una ragazza strana. Alla voce "hobby" c'era scritto "autopsie".