Non sto a ripetervi che sabato sono andato a vedere due film, che ormai mi sa che ho rotto la minkia con ‘sta storia.

Del primo, “Cloud Atlas“, ne ho parlato ieri.

Del secondo, “Django Unchained“, ne parlo ora, cercando il più possibile di evitare le parole: capolavoro, figata astrale, o almeno scrivendole poco.

Di “Django Unchained” mi ero limitato a vedere il trailer e leggere il meno possibile, che sui film di Tarantino se ne dicono un sacco di cazzate. Poi ieri pomeriggio, dopo averlo visto, sono andato a leggere un sacco di recensioni e ho scoperto che sui film di Tarantino di cazzate se ne dicono troppe.

Tutti i recensori, quelli bravi, quelli che ne sanno, quelli che si studiano le cose, hanno per lo più sfondato la minkia con le loro recensioni pompose. Quelle recensioni piene di riferimenti, che ti spiegano la rava e la fava e che assomigliano molto all’autoerotismo che si fanno i ragazzini di 13 anni in bagno. Quelle recensioni sono utili solo a chi le scrive, esattamente come l’autoerotismo, e fuorviano pesantemente chi le legge, che poi, per farsi figo, le riporta riempiendosi la bocca di termini che non conosce e letture dei contenuti astruse.

Le recensioni che ho letto avevano tutte un punto in comune che occupava gran parte dello scritto: il genere cui appartiene “Django Unchained“.
È un western, non è un western, è uno spaghetti western, non è uno spaghetti western, è un buddy movie, è un road movie, è un film di sparatorie, e via così.
Cazzate.
Django Unchained” appartiene solo all’elitario genere dei “Film di Tarantino“, ossia quei film che solo Quentin Tarantino può fare. Tutti quelli che hanno provato a imitarlo, hanno fallito miseramente ricoprendosi di ridicolo.
Perché?
Semplicemente perché Tarantino non fa film di alcun genere. Un genere cinematografico ha delle regole, più o meno precise, e dei canoni da rispettare. Tarantino, quelle regole e quei canoni, li usa quando ha finito la carta igienica, non di certo per scrivere e dirigere i suoi film.
I film di Tarantino non possono essere presi e imitati, sono così punto e basta, prendere o lasciare, hanno regole tutte loro che cambiano di volta in volta, di scena in scena, di dialogo in dialogo.

Semplicemente perché Tarantino è uno dei migliori registi contemporanei. È uno che ha preso il cinema, l’ha rivoltato come un calzino e l’ha ristrutturato come più gli piace, fregandosene di ogni schema e portando a noi spettatori qualcosa di innovativo, divertente e bello da vedere ogni volta.

Ad accompagnare l’uscita del film negli U.S.A. ci sono state le polemiche di Spike Lee su come vengono trattati alcuni temi come la schiavitù e le persone di colore, che un regista binaco non può far finta di essere nero e girare un film sui neri.
A quanto pare Spike Lee ha il copyright su queste cose, solo lui ne può parlare.
Per come la penso io, Spike Lee, che ha giudicato il film senza vederlo per sua stessa ammissione, ha trovato un modo per farsi un po’ di pubblicità, visto che ultimamente non se lo stanno cagando più, chissà che qualcuno si accorga che è ancora vivo.

– Ti interessa qualcosa di quello che dice Spike Lee?
– Per me è un coglione!

Ma veniamo al film.

Django Unchained” è Tarantino allo stato puro, senza freni, e c’è tutto in questo film.
Ci sono le citazioni, alcune facili da cogliere, altre sottili, altre che solo Tarantino capisce.

C’è Franco Nero che ricorda a tutti che Django è stato lui mille anni fa, in un film di Sergio Corbucci che non si ricorda nessuno, ma che tutti andranno a rivedere.
C’è l’ironia che stempera tutto.
Ci sono i dialoghi che solo Tarantino sa scrivere, quei dialoghi che vorremmo fare tutti almeno una volta nella vita.
C’è l’America del sud, quella vera e sottile come il tronco di una quercia secolare. Quella razzista che dice, in tre ore di film, 140 volte quella parola con la “N” in tutte le sue declinazioni che solo Spike Lee può usare, visto che ha i diritti d’autore. E non gli si può dire a Tarantino, che nel 1858 non erano mica politicamente corretti come oggi.

C’è la violenza sfrenata, sopra le righe, da cartone animato, con gli uomini che hanno giusto quei 50, 60 litri di sangue e scoppiano come gavettoni all’impatto dei proiettili. E c’è la violenza vera, quella che si sente, ma non si vede, se non per qualche fugace inquadratura mossa, ed è quella che ti fa più impressione e ti rimane attaccata addosso e su cui è stata costruita l’America.

C’è un cast spettacolare. Ogni volta che un attore finisce davanti alla macchina da presa di Tarantino dà il meglio di sé, fa l’interpretazione della vita. Una roba che se gli Oscar fossero una cosa seria sarebbero stati candidati tutti, Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio e l’immenso Samuel L. Jackson, che quando entra in scena, con uno sguardo, dà un giro di pista a tutti quanti, li doppia, si fa raggiungere, ricomincia a correre e li ridoppia.
C’è tarantino che è diventato un bue.
C’è che ci si diverte di brutto.
C’è che quando esci da cinema ti penti di non avere una Colt o un Winchester per metterti a sparare in aria gridando: “Yippe Ki-Yay, Gringo!“.

E mentre sei lì che ti esalti e pensi che Di Caprio si sia davvero fatto male alla mano in quella scena, nemmeno ti accorgi che il west è solo un’ambientazione come un’altra, che non ci sono le praterie sterminate, le cavalcate al tramonto, i paesaggi con l’orizzonte basso di John Ford, gli eroi americani che hanno costruito a mani nude quel paese guerrafondaio che conosciamo oggi.

Però c’è un po’ di Sergio Leone, come c’era in “Bastardi Senza Gloria“, e c’è la canzone di “Lo Chiamavano Trinità“, ma a quel punto l’adrenalina è così alta e il sorriso così largo, che ormai è solo l’ultimo tassello di un capolavoro.

Il film andrebbe visto assolutamente in lingua originale, in italiano si perde molto, gli accenti, le interpretazioni, ad un certo punto vien da chiedersi come mai questa volta abbiano scelto Jamie Foxx per dare una faccia alla voce di Pino Insegno, che non cambia mai registro, che per lui Aragorn, Django, Diego la tigre dai denti a sciabola o l’ennesima pubblicità della Playstation, sono da doppiare tutti allo stesso modo.

Me lo sarei rivisto volentieri subito, finito lo spettacolo, avrei ricominciato da capo, immediatamente, in lingua originale però.

Andate a vedere questo film, maiali lavativi!

 

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"