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Per la settimana dedicata a Die Hard, ecco a voi la seconda puntata de “Le oziose seghe mentali di Ultimate Jar Jar Binks, il vostro amichevole esegeta di quartiere”, la prima potete leggerla clickando qui.

Il film che analizzeremo, annoiandovi a morte, è “Die Hard- Trappola di Cristallo”, il primo film della serie.

Partiamo.

Siamo negli anni ’80, negli U.S.A. e tutto va bene… più o meno.

Facciamo il quadro della situazione.

All’inizio del decennio il motore economico degli U.S.A. è fermo. Arriva Ronald Regan, lo prende a calci, ed il motore riparte, gli esiti però sono schizofrenici.

L’alta finanza regna sovrana. Corporation e multinazionali prosperano, gli yuppies infestano i grattacieli di Manhattan così come i pirati infestavano il mare dei Caraibi.

I ricchi diventano più ricchi, i poveri più poveri. Da un lato la produzione galoppa, dall’altro le aziende ricorrono a licenziamenti di massa per tagliare i costi. Lo Stato menoma in maniera pesantissima il welfare e investe  denaro in armamenti, chi non perde il lavoro ha mediamente qualche dollaro in più in tasca, ma ha decisamente meno certezze e prospettive di stabilità.

Il clima è da un lato euforico, dall’altro deprimente e serpeggia un forte sentimento di ingiustizia sociale.
Sul versante della politica internazionale il grande avversario degli USA, come è noto, è la Russia. Dal lato economico, in quegli anni, a spaventare gli States è il Giappone che, a seguito di una miracolosa crescita, sta invadendo il mercato mondiale, quindi anche americano, con i suoi prodotti di elettronica e l’industria delle automobili in particolar modo, arrivando a comprare anche capisaldi della cultura americana negli anni successivi.

Per rendere l’idea, nello stesso anno di “Die Hard” (1988) esce nelle sale “Essi Vivono” di John Carpenter. In quel film, riassumendo brutalmente, abbiamo una comunità di persone, finite a vivere per strada a causa della situazione economica, che  faranno una scoperta sorprendente: la classe dirigente del Paese è in realtà composta da alieni/demoni che hanno conquistato il pianeta e che sfruttano la popolazione riducendola alla miseria.

Matrix prima di Matrix

Questo tanto per far capire lo spirito dei tempi (per certi versi non così diverso da quello che si respira  ai giorni nostri).

In due parole: che fine ha fatto il Sogno Americano? Questo è quello che si chiede l’uomo della strada nei bui anni ’80. Dov’è finita la luminosa America dei bei tempi andati?

Ed ora veniamo a noi e parliamo di “Die Hard”.

Il nostro eroe, John McClaine, è un cowboy, è strafottente, impavido, pragmatico, ha un sorrisetto sbilenco stampato in faccia e a casa sua se la lavatrice si rompe, con ogni probabilita’, a ripararla ci pensa lui stesso con la sua fida cassetta  degli attrezzi.

Insomma è l’americano dei vecchi bei tempi andati, quello che si tira su le maniche, quello che  ha conquistato la Frontiera, quello che ha portato alla vittoria gli U.S.A. nella Seconda Guerra Mondiale (non scordiamocela questa che poi ci servirà).

Però, l’abbiamo detto, sono gli anni 80 e sono tempi duri per lo spirito americano ed anche il nostro eroe ha i suoi problemi: un matrimonio in crisi, John ha perduto la sua bella, la sua missione è riconquistarla.

Un tempo John viveva con moglie e figli a New York, poi arriva questa multinazionale GIAPPONESE, la Nakatomi, ed offre alla donna un lavoro, uno di quelli importanti. Insomma si parla di fare carriera, carriera e soldi il problema è che bisogna trasferirsi a Los Angeles.

La signora McClane accetta e si porta dietro anche la prole, John rimane a New York, è un poliziotto con delle indagini in corso e di certo non può rischiare di lasciare in circolazione dei criminali per inseguire il vile denaro. Lui è un uomo tutto d’un pezzo e diavolo… il dovere prima di tutto.

Adesso vediamo il nostro eroe mentre sta raggiungendo la moglie, in occasione del Natale, per sistemare le cose.

Sceso all’aeroporto una Limousine inviata dalla Nakatomi viene a prenderlo, ma queste sciccherie non fanno per lui: si siede davanti e fraternizza col conducente, è un cowboy, non un fighetto che si fa conquistare dai simboli del potere.

Arrivato alla Nakatomi Tower balza giù dalla Limo si presenta ad un elegante ricevimento vestito con camicione di flanella a quadri e  Jeans, beve un sorso di champagne che gli viene offerto e schifato restituisce il bicchiere (solo birra per il vero americano). Un convitato avvinazzato e  dal fare sospettosamente effeminato gli fa gli auguri (è il party di Natale aziendale) con troppo entusiasmo e lui borbotta tra l’infastidito e il divertito: “California di merda”.

Finito questo istruttivo giro di sala trova finalmente la Moglie (Holly). Assieme a lei il mega direttore generale della Nakatomi il Sig. Takaji, qualche convenevole ed il simpatico giapponese sgancia subito una bomba “Pearl Harbour non è servito e vi battiamo nell’elettronica”.

Facciamo poi conoscenza di Harry Ellis, collega di Holly nonché viscido yuppie cocainomane dalle non troppo celate mire sulla giovane moglie di Mcclaine, ed inevitabilmente dopo 30 secondi lo odiamo subito.

In tutto questo giro di presentazioni salta fuori un piccolo dettaglio (mettiamo da parte anche questo che poi ritorna): la compagnia ha regalato alla Signora McClaine un costosissimo Rolex come bonus per l’ottimo lavoro svolto durante l’anno (ok? Archiviato).

Sullo sfondo, incessantemente l’orchestra suona l’inno alla gioia di Beethoven annunciando in modo subliminale l’imminente arrivo dei terroristi EUROPEI.

Ok, stoppiamo un attimo la pellicola.

McClaine è l’uomo americano dei bei vecchi tempi andati, quello con l’animo ricolmo del “vero spirito americano”.

La sua Bella è in balia di:

1) Finanzieri Giapponesi che l’hanno sottratta al focolare “corrompendola” col miraggio dei soldi e della carriera.

2) Un viscido yuppie: l’americano che si è venduto ai “nemici” (e si venderà nuovamente nel corso del film). Pensa solo ai suoi interessi e fa da perfetto contrappunto al protagonista che, al contrario, è l’americano “giusto” ed incorruttibile.

3) Terroristi sono Europei e nello specifico TEDESCHI. I terroristi, vedremo poi, rispecchiano il cliché che ha (aveva?) l’americano dell’europeo: snob, fighetto, antipatico.

In pratica cosa sta succedendo?
Stiamo per assistere ad un revival della seconda guerra mondiale all’interno un grattacielo il tutto in salsa action movie. Ecco cosa sta succedendo.

I vecchi nemici, già sconfitti nella scorsa guerra (Giapponesi e Tedeschi), sono tornati e subdolamente ci hanno conquistato, ma non sul campo di battaglia (ricordate? “Pearl Harbour non è servito e vi battiamo nell’elettronica”).

Beh, è arrivato il momento per l’uomo americano di alzare la testa far loro nuovamente il culo. Far vedere loro chi comanda veramente.

Se McClaine rappresenta lo spirito americano, la moglie Holly è l’America, per riconquistarla l’eroe dovrà salvarla dalle lusinghe del potere finanziario (incarnato nel film dai Giapponesi), dalla corruzione dei costumi (lo yuppie, il nuovo tipo di americano, che si vende al nemico in cambio di denaro e potere) e già che ci siamo, sarà il caso di punire pure gli europei spocchiosi per il loro (immotivato, come poi sara’ mostrato) sentimento di superiorità culturale nei confronti dei “bovari” americani.

Ripartiamo col film.

Arrivano i terroristi, sono organizzati ed implacabili (sono tedeschi del resto… no?)

Cucù

Il loro capo, Hans Gruber, è elegante e raffinato (disquisisce di alta sartoria), è colto (cita Alessandro Magno e si vanta della sua istruzione classica), fischietta Beethoven, legge il Forbes ed il Times.

Ok, ha un certo fascino, ammettiamolo, ma ci sta già sulle balle questo tronfio fighetto snob.

A breve, oltretutto, si scoprirà che i terroristi in realtà sono volgari ladri, alla base delle loro azioni non c’è nessun “nobile” ideale, vogliono solo i soldi… come tutti.

In sostanza: “Europeo, non tirartela tanto alla fine, dietro la tua cortina chic, sei uguale a  noi.

Ora uno sguardo fuori dalla Nakatomi Tower ci porta ad incontrare il sergente Al Powell.

Al è il poliziotto della strada, quello tipico, in divisa che mangia le ciambelle ed è in sovrappeso.

È bonario e “pulito”, non è un eroe tout court, ma se le condizioni lo richiederanno saprà essere all’altezza della situazione e non si tirerà indietro. È l’americano medio, quello che sta in sala e sta guardando il film.

Tanto per favorire il processo di identificazione lo vediamo alle prese con il suo diretto superiore, che è ovviamente ottuso ed arrogante. Al è l’unico ad aver capito cosa sta succedendo nella Nakatomi Tower, ma il suo capo non lo ascolta, lo sottovaluta.
Ora… Chi di noi non ha un capo stronzo, al lavoro alzi la mano.

Arrivano anche i media e come sono i media? Cinici, pensano solo alla notizia incuranti delle conseguenze e del “bene comune” ed infatti metteranno John nei guai diffondendo, durante una diretta tv, la sua identità, rendendolo, così, vulnerabile nei confronti dei terroristi che utilizzeranno sua moglie per ricattarlo.

All’interno del grattacielo lo yuppie si vende ai terroristi e fa la fine che meritano i traditori.

Fuori dal grattacielo intanto i poliziotti fanno un enorme buco nell’acqua, colpa del capo della polizia che proprio non ne vuole sapere di dar retta al povero sergente Powell.

Arrivano quelli dell’FBI (i capi del capo) e riescono a fare ancora peggio, infatti ci lasciano la pelle.

Più si sale di grado nella catena in comando peggio è: non ci si può fidare dei “governanti”, a salvare la situazione deve essere Al, deve essere l’americano medio, devi essere tu che stai in sala a vederti il film… no, non è uno spot per il movimento 5 stelle.

Nel grattacielo la signora McClaine prende in mano la situazione e tratta per avere condizioni migliori per gli ostaggi, ovviamene c’è l’immancabile donna incinta da sistemare in maniera più comoda.

L’America resiste, la sua tempra è forte…

Mandiamo avanti veloce e siamo allo scontro finale, i punti salienti tanto li abbiamo individuati, ciò che rimane fuori è un’interrotta mattanza di terroristi che, nell’ottica di questa analisi, poco ci interessa. Ci scusiamo con gli amanti delle esplosioni.

Il cattivo Hans penzola fuori da una finestra della Nakatomi Tower e si regge al polso di Holly rischiando di trascinarla giù con lui, McClaine regge lei e di conseguenza regge tutti… insomma sono tipo 3 salsicce che penzolano dal soffitto dal salumiere.

Come salvare la situazione? Vi ricordate il Rolex regalato dall’azienda a Holly?

Ecco, MclClaine ha un lampo di genio: sgancia l’orologio dal polso della moglie al quale il cattivone è avidamente aggrappato, inevitabilmente orologio e cattivo si fanno un volo di qualche centinaio di piani schiantandosi a terra.

Come si salva l’America?

L’orologio è il segno tangibile della sudditanza della moglie nei confronti della Nakatomi, cioè dell’America nei confronti chi l’ha comprata o la sta comprando.

Come si salva l’America? Liberandosi dalle catene, non facendosi comprare, rifiutando i soldi stranieri, semplice.

Ora i buoni escono dal grattacielo, McClaine viene subito “aggredito” dal capo scemo della polizia, il quale, non avendo ancora capito un tubo di quello che sta succedendo, lo accusa di distruzione di proprietà private e altre robe burocratiche, così, perché non sa a chi dare la colpa della sua inefficienza.

Alle loro spalle l’immancabile terrorista superstite si alza da terra e, mitra alla mano, sta per uccidere tutti, ma viene freddato con un colpo in testa.

Chi ha sparato?

È il buon AL, inquadrato in un primissimo piano e coronato da una musica trionfale. L’uomo comune ha preso in mano la situazione (alla faccia dei suoi superiori) ed  è diventato eroe, lo spirito americano si è infine risvegliato in lui.

Arriva l’irritante giornalista, fa la solita domanda idiota a McClaine, puntandogli una telecamera in faccia. L’unica risposta che ottiene (e che merita) è un pugno in faccia da parte di Holly (L’America appena liberatasi è tornata vigorosa e ha voglia di riscatto). Ma i media, si sa, sono incorreggibili e morbosi per natura, e l’unica preoccupazione del giornalista è: “Hai ripreso tutto?” rivolgendosi al cameraman.

Il cowboy e la bella salgono sulla Limo e partono per una nuova luna di miele. L’america è salva, l’uomo americano se l’è ripresa.

In conclusione “Die Hard” è sì un gustoso film d’azione, ma molta della sua forza è legata ad un sottotesto, non invasivo, ma comunque riconoscibile, più o meno consapevolmente, che potenzia gli accadimenti arricchendoli di significati quasi archetipici (in relazione ai tempi in cui venne girato).

Il sottotesto è ottimamente congegnato fin nei minimi dettagli e mantiene una perfetta coerenza interna dall’inizio alla fine, per riuscire in  questo ci vuole decisamente maestria, e sì, probabilmente non è molto “raffinato”, è ricco di cliché e risulta vagamente “populista”, ma forse, proprio in virtù di questo, il risultato è decisamente efficace.

 

 

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Scritto da: Ultimate Jar Jar Binks

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