Come promesso la scorsa settimana, eccoci all’agognato articolo sulla stopmotion. Poterne scrivere equivale ad una liberazione, visto che mi è costato, come forse avrete letto qui, mesi di sofferenze e umiliazioni. Ma l’interesse per questo tipo di animazione ha radici ancora più lontane, che risalgono agli anni ottanta…

Avevo sei anni quando per la prima volta i miei decisero di portarmi al cinema. È passato tanto tempo: ricordo ancora che a casa la tv era in bianco e nero, e gli schermi piatti non esistevano, anzi, siccome le linee morbide erano di moda, più la tv era tondeggiante più era figa e la nostra era talmente bombata che mi sembrava di guardare dentro la testa di un astronauta.

Lo schermo poi era occupato dal riflesso grandangolare di tutto ciò che si trovava nella stanza… credo di essere diventato miope anche per lo sforzo nel cercare di scorgere le immagini tra quei riflessi accecanti… allora mio fratello Capitan Catarro era piccolo, molto piccolo, tipo che indossava ancora i pannolini e si cagava addosso. I nostri genitori, non essendo bestie da cinema, quel pomeriggio decisero saggiamente di lasciarlo dai nonni. Ricordo che era un giorno d’estate del 1982. Fu da quel giorno che mi appassionai di cinema… sia dell’arte cinematografica, sia dell’ambiente dove si proiettano i film… quella grande sala con un enorme schermo piatto e senza riflessi. Mi portarono a vedere Scontro di Titani: vantava un cast di tutto rispetto e gli effetti creati da Ray Harryhausen, il maestro dell’animazione a passo uno (la tecnica che consiste nel riposizionare i pupazzi 24 volte per ogni secondo di film, cercando di riprodurre un movimento fluido), che era lo stato dell’arte degli effetti speciali in quei tempi.

Ricordo ancora di essere rimasto affascinato dalla model animation: quei mostri che si muovevano con passo tremolante e combattevano contro persone in carne ed ossa. La computer grafica non esisteva e per ottenere degli effetti bisognava spendere un sacco di tempo e soldi. Ho avuto la fortuna di nascere nella società pre-informatica e di aver visto l’intera evoluzione degli effetti speciali: dall’animazione e passo uno, alla CGI, all’abuso della CGI.

Digerire oggi i film realizzati con queste tecniche è più “difficile”, forse perché siamo abituati ad una tale ostentazione di effetti, che spesso ci concentriamo sul realismo e gli eventuali difetti, anziché goderci il film e basta. Una volta funzionava diversamente: chi li creava si impegnava a rendere poco scattosi i movimenti nei limiti del possibile, il resto lo dovevi fare tu, con la fantasia… e funzionava. I mostri si muovevano come in un incubo: forse fare qualcosa di troppo realistico lo priva di quella forza onirica, che appartiene all’animazione di quegli anni.

Mentre nei cinema usciva il capolavoro di Ray Harryhausen, in Inghilterra avveniva qualcosa che avrebbe reso immortale la tecnica dello stopmotion. Peter Lord e David Sproxton, i fondatori della Aardman Animations, conobbero Nick Park, l’animatore che stava lavorando a due personaggi di sua invenzione: Wallace e Gromit.

Nell’89 uscì Una Fantastica Gita (A Grand Day Out), il primo corto con Wallace & Gromit: l’inizio di una fortunata serie di capolavori. Mentre la tecnica mista usata da Ray Harryhausen, con personaggi animati che affiancano gli attori, scomparve nel giro di pochi anni sostituita dalla CG, Nick e i suoi personaggi resero immortale questo stile di animazione. La claymation (personaggi di plastilina che si muovono in passo uno davanti ad un diorama) è talmente amata che è riuscita a sopravvivere fino ad oggi, nonostante ci siano tecniche enormemente più economiche e richiedono molto meno tempo di realizzo. La cosa che più stupisce di questo modo di costruire gli effetti infatti, è proprio l’enorme quantità di tempo che viene spesa: in genere, con questa tecnica si riesce a sviluppare mediamente poco più di un secondo di film per ogni giorno di produzione. Ci sono però scene particolarmente complesse da creare, dove i tempi si dilatano enormemente: ad esempio, per completare la scena di Pirati! Briganti Da Strapazzo dell’inseguimento in vasca che si svolge nella casa di Charles Darwin, e che dura un minuto, ci sono voluti due team che hanno lavorato per tre mesi.

Anche questa antica tecnica di animazione comunque non è immune all’evoluzione. Inizialmente c’è stata un’evoluzione nell’utilizzo dei materiali: dall’uso della plastilina per creare i personaggi, si è passati all’uso di… qualsiasi cosa… in pratica ormai per creare i modelli viene utilizzato di tutto. D’altronde non c’è scritto da nessuna parte che bisogna per forza usare la plastilina, né esiste una qualche legge che vieta l’uso di qualche materiale, tranne la carne umana, credo.

Eppure capita di recente di leggere qualche critica in proposito; sopratutto viene criticato, dai puristi del genere, il fatto che venga utilizzato sempre più spesso il computer per generare determinati effetti. Per esempio, in Pirati! Briganti da strapazzo l’acqua del mare è generata al computer. Personalmente non vedo quale sia il problema: se non si vuole rinunciare a determinati contenuti si tratta di una scelta obbligata, a meno di essere dotati di poteri soprannaturali è abbastanza difficile convincere le molecole d’acqua o il fumo a rimanere fermi in posa per il tempo di scattare un fotogramma, che significa anche diverse ore. Quindi non vedo alternative alla CG in questi casi e non credo che il loro inserimento alteri l’impatto estetico e la qualità di questi film, anzi…

E voi cosa ne pensate? Siete tradizionalisti e preferivate le vecchie produzioni e i corti in plastilina o preferite il nuovo stile come in Wallace & Gromit: La Maledizione Del Coniglio Mannaro o di Pirati: Briganti Da Strapazzo?

 

 Post correlati:

“Pirati! Briganti Da Strapazzo” 2 parole su di un gran film

Addio a Ray Harrihausen un mito del cinema fantastico

 

 

Scritto da: Lord Casco

"Soffro la solitudine dei Numeri Pirla"