Quando ero un adolescente imberbe facevo un giochino piuttosto idiota con i miei amichetti altrettanto idioti. Appena vedevamo passare una Suora ci toccavamo dicendo: “Tuo Suora, chiuso!” incrociando le dita.
Una volta incrociate le dita avevi chiuso e qualsiasi cosa avevi passato al tuo amico non poteva più tornarti indietro. Credo che la cosa passata fosse La Sfiga che portava vedere una Suora per strada.

Per i miei amichetti imbecilli era un gioco come un altro, io invece ci credevo davvero. Io il giochino lo facevo sul serio. Quando per caso ero io la vittima del Tuo Suora chiuso! ci rimanevo davvero male e mi tornavano in mente tutti i ricordi delle scuole elementari…

Milano è una grande città, si ride, si balla e l’amore si fa. Tra le altre cose si lavora, in media, lontano da casa. Per una città grande come Milano, lavora lontano da casa, significa metterci un sacco di tempo per andare da casa al lavoro e viceversa.
I miei genitori, visto che lavoravano entrambi lontano da casa, mandavano mio fratello, JiblaJena, e me in una scuola privata che ci teneva anche il pomeriggio fin’oltre le quattro e mezza.

La scuola era gestita dalle Suore. Non ho mai capito se la capacità di insegnare ai bambini arrivasse alle Suore insieme alla vocazione, oppure avessero fatto una scuola apposita.
In caso avessero fatto un corso, credo che fosse uno di addestramento con gli Spetsnaz Russi.

Mi ricordo che le Suore della mia scuola avevano tutte dei nick-name molto allegri e vagamente evocativi, tipo Suor Guidanza, Suor Krav Maga, Suor Dolore, Suor Calibur. All’inizio pensavo che fossero nomi scelti al momento di prendere i voti, in realtà poi capii che se lo cambiavano per evitare ritorsioni dai bambini, una volta cresciuti.

Mi ricordo la Suora Direttrice dell’istituto. Una donnina rubiconda, alta come un bambino delle elementari, ma con le braccia e le mani delle dimensioni di quelle di Mike Tyson. Non ho mai capito se fosse stata vittima di una mutazione genetica, o se le avesse sviluppate apposta così.
Era una Suora che parlava poco, in compenso urlava sempre. Se facevi casino ti urlava “Smettila!” una volta sola e partiva con un colpo di avvertimento che consisteva in uno scapaccione abbastanza forte da farti fischiare le orecchie per cinque minuti, ma non così forte da farti perdere i sensi. Per quei bambini facinorosi, a cui il colpo di avvertimento non era bastato a convincerli di smetterla, arrivava la Sberla Vera. La Sberla Vera era una sberla della potenza di un Tazer della polizia americana sparato direttamente nel sistema nervoso centrale, una sberla da 20000 Volt. In genere i bambini colpiti dalla Sberla Vera stramazzavano al suolo inermi. A volte si svegliavano dopo svariati minuti, a volte non si svegliavano più.
Mi ricordo che il mio amico Peo venne colpito da una Sberla Vera mentre era alla lavagna per un’interrogazione. La Sberla Vera lo colpì in faccia così forte che a Gargiulo cadde un dente che dondolava per lo spostamento d’aria, e Peo dette una capocciata fortissima alla lavagna, lasciando la sindone del suo profilo nel gesso.
I segni delle dita sulla guancia di Peo andarono via dopo svariati mesi, grazie anche alle varie operazioni chirurgiche, mentre i segni di gesso dalla fronte non gli andarono mai via.
Io ho preso un paio di Sberle Vere, ma ho ricordi confusi di quello che succedeva dopo che arrivavano. L’unica cosa che so è che, ancora oggi, quando provo a pensare agli effetti della Sberla Vera sento come un fischio acuto nelle orecchie e le ginocchia cedono leggermente.

Il pranzo in refettorio era una questione spinosa e pericolosissima, lo affrontavamo sempre a chiappe strette. Tutti noi bambini, con i nostri bei grembiulini azzurri, ci sedevamo intorno ai tavoli ottagonali e dovevamo mangiare in rigoroso silenzio. Le Suore pattugliavano la mensa passando in mezzo ai tavoli e, appena trovavano uno che parlava, lo sollevavano di peso per le orecchie e lo mettevano in piedi in fondo al refettorio, come monito per tutti gli altri bambini.
Alla fine del pranzo c’erano sempre almeno 7 o 8 bambini in piedi contro il muro in fondo, sull’attenti, rossi in faccia, con gli altri che li fissavano tristi per il destino che sarebbe toccato loro come punizione. Inutile dire che io, in piedi contro il muro, ci sono finito un sacco di volte.

La punizione consisteva nel fare La Macchina. La Macchina era un aggeggio di metallo, enorme come il Duomo di Milano (potrebbe anche essere che le dimensioni siano leggermente sfalsate dall’altezza da cui la vedevo allora), che sembrava uscita da un romanzo di Stephen King.
I bambini in punizione dovevano passare tra i tavoli a raccogliere piatti e posate sporche mettendoli dentro degli enormi cestelli per lavastoviglie. Una volta raccolti tutti ci si recava in cucina al cospetto de La Macchina e, dopo un inchino e una preghiera propiziatoria, si inserivano questi cestelli pieni di stoviglie nella bocca nera del mostro di metallo satinato, lo facevamo a testa china, evitando di guardarla negli occhi.
La Macchina emetteva rumori, gorgoglii e sbuffi di fumo bollente, poi vomitava i cestelli dall’altra parte con i piatti puliti, a quel punto si raccoglievano i cestelli, ustionandosi irrimediabilmente le manine paffute, e si rimettevano i piatti puliti nella rastrelliera. Bisognava fare in fretta perché il tutto veniva fatto durante l’Ora di Ricreazione e più ci si metteva, meno tempo rimaneva per giocare. Il problema è che La Macchina era lenta come la morte e i cestelli ci mettevano una vita ad attraversarla tutta, anche perché era lunga come il Traforo del Monte Bianco. La tortura finale è che le finestre della cucina davano sul cortile dove gli altri bambini giocavano, quindi bisognava fare quel lavoro con le grida e le risate di quelli che giocavano nelle orecchie.

L’Ora di Ricreazione, che in certi ambienti è meglio conosciuta come Ora d’Aria, era la parte migliore della giornata. Noi bambini potevamo uscire nell’immenso cortile a giocare. Il cortile era composto da un campetto di pallone grossolanamente asfaltato, quando cadevi ti sbucciavi le ginocchia fino all’osso, con due porte, due canestri, e una parte di terra con dei giochi.
L’Ora di Ricreazione era fantastica, si giocava a pallone, a Ce L’Hai, a inseguirsi, a nascondino e a mille altri giochi. Sempre ovviamente con le Suore che pattugliavano in coppia. Così quando beccavano un bambino che sgarrava, una lo teneva e l’altra gli tirava i cazzotti.
Quando giocavamo a pallone era bellissimo, tranne quando giocava Gargiulo. Gargiulo era un bambino grande e grosso, con i piedi storti e molto scoordinato. Per raddrizzarglieli i genitori gli facevano mettere delle scarpe ortopediche in legno di quercia anticato, con un’anima di ghisa. Erano quelle scarpe in cui la destra e la sinistra erano uguali identiche e potevi metterle indifferentemente su un piede o sull’altro. Quando Gargiulo camminava o correva faceva il rumore dei cavalli al galoppo nei film con i Cowboy. Se invece ti prendeva con un calcio mentre giocava a pallone, e succedeva spesso vista la sua scoordinazione, capivi immediatamente l’utilizzo pratico delle preghiere che avevi imparato a catechismo.
Mi ricordo che in quel cortile, in quarta elementare, dichiarai il mio amore alla Laura. La Laura era una bambina molto carina, che un giorno si ruppe il braccio giocando e venne a scuola con il gesso, cosa che la rendeva ancora più carina. La chiamai in disparte e le dissi che mi piaceva e se voleva diventare la mia fidanzata. Le mi pestò forte, ripetutamente, con il gesso del braccio. Secondo voi era un sì o era un no? Non l’ho mai capito.

I ogni caso parlavo dell’Ora di Ricreazione. Era molto bella nei mesi caldi dell’anno, in quelli freddi invece era molto brutta, ma tanto brutta. Quando faceva troppo freddo, pioveva, o nevicava, le Suore ci portavano nelle nostre classi e ci facevano sedere ai banchi. Poi, per la successiva ora, ci facevano fare un gioco divertentissimo: scrivere le tabelline o coniugare i verbi sui quaderni. Passata l’Ora di Ricreazione, che stranamente durava molto di più dell’ora passata in cortile, quell’entusiasmante divertimento finiva e potevamo ricominciare le lezioni del pomeriggio con la mente bella sgombra e rilassata.
Non so perché, ma l’Ora di Ricreazione durante l’inverno faceva più schifo di quella durante l’estate.

Poi finalmente, alle quattro e mezzo, finiva la giornata a scuola e potevamo tornare a casa. Le Suore ci radunavano in piccole mandrie, ordinati in fila per due, e ci portavano al teatro interno alla scuola dove le mamme venivano a salvarci prenderci. Durante l’attesa potevamo anche parlare a bassa voce, chi urlava il giorno dopo era al cospetto de La Macchina.
Quando mia mamma appariva nella porta del teatro era lo spettacolo più bello del mondo!

Ci ho passato 5 anni in quella scuola con le Suore. Ho imparato tante cose. La persona più celebre che è stata in quella scuola è Bear Grylls.

A proposito… Vostra Suora chiuso!

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"