Per stemperare l’attesa del sesto capitolo ho deciso di ripercorrere la saga di Fast And Furious visto che, da 12 anni a questa parte, sta infestando i cinema.
Un risultato non banale per una serie di film basati su un concetto, in effetti, abbastanza banale.

Il fatto è che, la saga di Fast And Furious, con i primi episodi è riuscita a far esaltare i fans del mondo di cui parla, schifando gli altri, poi con gli ultimi episodi è piaciuta a tutti gli altri schifando proprio i fans. Insomma una roba da dissociati.

Eppure, checché se ne dica, questa saga ha un sacco di roba buona dentro.

Il primo Fast And Furious esce nel 2001 per via un’esigenza piuttosto semplice: a Hollywood si sono accorti che le macchine piacciono un casino ai giovani. Infatti, in quegli stessi anni, escono film come Fuori In 60 Secondi (2000) e The Italian Job (2003), remake dell’omonimo film del anni ’69 con Michael Caine, dove per remake si intende che anche in questo film un gruppo di persone usa le Mini per fare una mega rapina.

Fast And Furious è liberamente ispirato all’articolo Racer X del giornalista Ken Li che parla di gare di auto clandestine. Siccome trarre una sceneggiatura da un articolo di una rivista è un’impresa un po’ impossibile, la Unversal e la Original Films ingaggiano ben tre sceneggiatori: David AyerErik Bergquist e Gary Scott Thompson per scrivere il film. I tre, non sapendo che cosa si possa raccontare sulle gare clandestine di auto truccate, e dovendo anche scrivere in fretta, studiano un’escamotage: prendono la sceneggiatura di Point Break, si armano di scolorina e matita et voilà, tirano fuori la storia di un giovane e insospettabile agente dell’F.B.I. che, per venire a capo di una serie di rapine a dei camion, si infiltra in una banda di gente che fa le corse di auto clandestine per smascherarli. Alla fine, il giovane agente dell’F.B.I., lascerà scappare il capo di questa banda, con cui è diventato amico, rovinandosi la carriera. Non è che i tre, poi, abbiano lavorato moltissimo.
Il regista è Rob Cohen, uno che spazia dal fantasy di Dragonheart, alla storia di San Bruce Lee con Dragon, all’action spompo dello Stallone degli anni ’90 di Daylight – Trappola Nel Tunnel.

Le premesse non erano molto buone, ma la produzione è riuscita ad azzeccare le mosse vincenti prendendo prima, come co-protagonista, Vin Diesel, che incarna senza fatica alcuna la sintesi della tamarraggine carismatica che deve avere il personaggio di Domic Toretto, poi ci mette dentro auto vere, con elaborazioni vere e gare automobilistiche clandestine abbastanza credibili, e scegliendo come vero protagonista del film il NOS, il propellente che spinge le auto a folle velocità, mica come il GPL o il Metano.

Alla fine le trovate registiche di Rob Cohen, che fa entrare la telecamera fin nei pistoni delle auto, una serie di battute dall’alto tasso di tamarraggine testosteronico di Vin Diesel, tipo “Vivo la vita ad un quarto di miglio alla volta“, e Dominic Toretto che riesce a far impennare un’auto come fosse una Ducati qualsiasi, il film sfonda al botteghino.

Per la grande legge di Hollywood, secondo la quale se fai dei soldi con un film puoi farne di più con un sequel pure se non hai più un cazzo da dire, viene messo subito in cantiere 2 Fast And 2 Furious (2003).

2 Fast And 2 Furious però incontra subito gravi problemi: Rob Cohen, Michelle Rodriguez e Vin Diesel hanno mollato il colpo e non vogliono più partecipare alla serie perché impegnati in altri progetti di tutto rispetto, come xXx, Cohen e Diesel insieme, e The Chronicles of Riddick, solo Vin Diesel, che ci credeva un casino in questo film, infatti è venuta fuori una mezza puttanata.
La produzione quindi deve correre ai ripari. Il regista scelto è John Singleton, ma sostituire Vin Diesel è un po’ più dura: dove lo prendi un altro tabbozzo inespressivo, ma con un carisma capace di trascinare le masse al cinema?
Da nessuna parte, quindi puntano su una spalla comica per Paul Walker, ingaggiando Tyrese Gibson, e ci aggiungono un po’ di figa, che schifo non fa, ingaggiando Eva Mendes.
Per la storia si arrangiano riprendendo quella del primo, inseriscono un paio di variazioni sul tema ed ecco pronto il film.

Il pubblico però accusa la mancanza di Diesel, l’attore non l’alimentazione della macchine, e l’assenza del feeling dell’originale, quindi non apprezza molto. Il film, però, incassa un sacco di soldi lo stesso.

Visti gli incassi di 2 Fast And 2 Furious, la Universal è decisa a produrre un terzo film, ma deve ponderare bene le mosse perché potrebbe rivelarsi un flop.
Cambia totalmente sceneggiatori e regista: arrivano Chris Morgan a scrivere e Justin Lin a dirigere The Fast And The Furios: Tokyo Drift (2006).

Arrivati al terzo film di gare clandestine di macchine elaborate ormai non si sa più che cazzo si possa raccontare. Ma Morgan e Lin hanno un’idea fulminante: “Cambiamo gare!
Così trasportano la saga in Giappone dedicandosi alla disciplina del drifting, ossia guidare le macchine di traverso facendo le sgommate.
Il pezzo però è che riescono a convincere Vin Diesel a tornare quel tanto che basta per inserirlo nei trailer e spingere il film.
Tutti i fans si fiondano al cinema per vedere il ritorno di Vin che fa le impennate con la macchina e ci rimangono di merda. The Fast And The Furios: Tokyo Drift è West Side Story, con le macchine che fanno le sgommate al posto delle canzoni, e Vin Diesel appare per cinque secondi alla fine del film, ossia la scena messa nei trailer.
Però alla fine la gente si diverte, che vedere le macchine guidate tutte di lato sulle rampe a chiocciola dei parcheggi è uno spasso, e anche questo terzo film spacca come incassi e quindi è il momento di mettere in cantiere il 4 e convincere Vin Diesel e tutti gli altri a tornare nella serie.

Complice anche il fatto che tutti quello che ha fatto Vin Diesel dopo il primo Fast And Furious è stato un sonoro flop, compreso il videogioco Wheelman, e ormai le case di produzione gli sparano appena si avvicina per chiedere di fare un film, Vin accetta di buon grado di partecipare a Fast And Furious: Solo Parti Originali (2009).

Questo quarto film è la vera svolta della serie, quella che fa incazzare i fans accaniti delle macchine alimentate a NOS con i neon anche nel cassettino del cruscotto: le gare sono solo un contorno e la serie è diventata un vero action movie pieno di automobili. Certo, una gara c’è, ma è solo un contentino e non basta a soddisfare la fame di quelli che vogliono sentire le turbine fischiare, le gomme sgommare, e vedere 513 cambi di marcia in meno di 38 secondi.
La storia è quella di Brian O’Conner che dopo il secondo film è stato reintegrato nell’F.B.I. che, ancora una volta, deve fare l’infiltrato. La variante è che deve catturare un megaspacciaotre di droga che importa cocaina negli Stati Uniti usando delle gallerie sotterranee. Dominic Toretto invece vuole infiltrarsi nella stessa banda perché gli hanno ucciso Letty (Michelle Rodriguez).
Alla fine ce la fanno, Toretto si vendica schiacciando l’assassino con la sua macchina lanciata a 500 all’ora, ma finisce al gabbio pure se ha dato una grossa mano, e un sacco di manate, per la riuscita dell’operazione.

Ovviamente è un successo, visto che attira anche chi non è fan delle gare, ma apprezza enormemente vedere volare gli schiaffi, vedere aprire i finistrini a gomitate, che la manovella è troppo mainstream, vedere le sparatorie e vedere le macchine impennarsi, contro ogni logica e legge fisica. Il film è un tripudio di testosterone, facce brutte, tamarrate e spacciatori di droga messicani che finiscono male.

Finalmente arriviamo al film migliore della serie, Fast And Furious: Fast Five (2011).

Tornano tutti i protagonisti dei film usciti fino a quel momento, tranne quelli di Tokyo Drift che si svolge dopo, ma con l’aggiunta di Dwayne “The Rock” Johnson, che mezza tonnellata di muscoli in più fa sempre bene.
La Universal, visto il successo del precedente film, dà a Justin Lin un sacco di soldi per fare quello che vuole. Lui e Chris Morgan prendono la sceneggiatura di The Brazilian Job, sequel mai fatto di The Italian Job, si mettono lì con la scolorina e la adattano alla serie.
La storia parte con Brian O’Conner che fa evadere Toretto, facendo ribaltare un autobus pieno di detenuti, e continua con un piano semplice semplice per rubare 4 macchine di lusso da un treno in corsa, che viaggia in mezzo al deserto verso uno strapiombo. Lin e Morgan si mettono a prendere per il culo i vari Ocean’s Sticazzi di Steven Soderbergh facendo organizzare alla banda un piano raffinatissimo per svaligiare una cassaforte e poi risolvendo tutto con un blindato militare che sfonda i muri e due macchine che si trascinano una cassaforte enorme per le strade di Rio distruggendo mezza città. Cassaforte che, Vin Diesel, userà come nunchaku per seminare panico, morte e distruzione su un ponte. Nel mezzo del film c’è abbastanza spazio per una scena di mani in faccia tra Diesel e The Rock, così, per non farci mancare niente.
C’è pure il colpo di scena in mezzo ai titoli di coda: Letty non è morta… non rompete le palle con gli spoiler che si vede la Rodriguez nel trailer del 6.

In Fast Five le gare sono messe al bando (ce ne sarebbe una, ma si svolge fuori campo e quella che si vede è in amicizia) proprio per distaccarsi totalmente dagli inizi e voltare pagina in vista dei prossimi due film, mantenendo però il focus sulle macchine che vengono usate ovunque, anche in modo pretestuoso.

Negli ultimi due capitoli della saga l’ironia è la parte preponderante e fa accettare qualsiasi assurdità si veda su schermo. Il tutto è finalizzato al divertimento e alla spettacolarità più pura delle scene d’azione, mettendo al bando invasivi approfondimenti psicologici che appesantirebbero dei film fatti per spaccare macchine e scatenare l’adrenalina.

La saga di Fast And Furious è la risposta disimpegnata ad un genere action che punta sempre più spesso a dimostrarsi serioso e compassato.
Può non piacere ai puristi del tuning, quelli che rinunciano a mangiare per comprasi le minigonne nuove, ma la scelta di aprire la serie anche ai non appassionati è stata intelligente ed evita la monotonia e la rindondanza di situazioni sempre uguali, rendondala una delle serie originali, nel senso di non tratte da qualche altro media, più longeve. anche perché arrivare a fare un quinto capitolo bello è davvero dura.

Io ho cominciato ad apprezzarla veramente dal quarto film e ora fremo per vedere il sesto al cinema.

Voi che ne pensate?

Uè, figa, te capì?!

 

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Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"