Siccome prima di domenica non riuscirò a vedere il nuovo Star Trek – Into Darkness, di cui poi parlerò lunedì, oggi riprendo il discorso sulle figure di merda, visto che nei commenti ne sono venute fuori di divertenti, di veri professionisti della figura di merda, che addirittura riescono a farle per poi scaricarle sugli amici e farli lapidare dalla folla inferocita.

Comunque era prevedibile che avrei ripreso l’argomento, visto che avevo scritto Parte 1 nel titolo di settimana scorsa e non è escluso che ci sarà una Parte 3 se riesco a recuperare ciò che il mio cervello ha nascosto per proteggermi.

Questa l’avevo già scritta nei commenti dell’altro post, ma mi mette ancora a disagio quando ci penso.
Un mio collega, qualche anno fa, perde la mamma dopo una lunga malattia.
Al suo rientro lo incontro in corridoio, eravamo solo io e lui, e gli chiedo come sta.
Lui comincia un pippone esagerato parlando a ruota libera della malattia, della malasanità, dell’odissea che ha passato e tutto il resto, sfogandosi per i mesi di dolore. Riesco a seguirlo con attenzione per i primi cinque minuti, poi comincio a pensare ai fatti miei continuando ad annuire con la faccia mesta.
Finalmente finisce quel racconto straziante e, appena mi accorgo che si era zittito, gli batto la mano sul braccio e gli dico, sempre con aria mesta: “Non ci sono parole per queste cose… ti faccio i miei più sentiti complimenti!” e vado per la mia strada.
Mi sono reso conto di quello che avevo detto solo dopo cinque passi, ma non ho avuto il coraggio di girarmi a chiedergli scusa, ho continuato a camminare. Da quel giorno ho fatto di tutto per evitarlo. Ora non lavora più da noi, per fortuna, che avevo finito i posti in cui nascondermi.
Lo so, sono una merdaccia.

Sempre rimanendo in tema di cose dette alla persona sbagliata, questa non è capitata a me direttamente, ma ero presente quando è successa. Per proteggere la privacy dei protagonisti cambio i nomi.
Giocavo a DnD ed eravamo tutti pronti, mancava solo Ermy.
Nel nostro gruppo si era aggiunto da poco Ramon, un ragazzo cieco da un occhio. Ma non cieco e basta, aveva proprio l’occhio tutto bianco. Che un po’ ci stavamo attenti a non fare riferimenti, il problema è che quando gli parlavi lui si toccava sempre il lato di quell’occhio, quindi finivi per fissarlo… poi il fatto che Ramon fosse un tremendo rompicoglioni che non capiva una ceppa e pretendeva di avere sempre ragione, era secondario.
Finalmente arriva Ermy.
Ermy è un ragazzo simpaticissimo, uno di quelli sempre entusiasti di qualsiasi cosa. È uno che se ti deve raccontare qualcosa te la mima, si agita, la interpreta e ti fa sentire come se la stessi vivendo in prima persona.
Quando entra butta lo zaino a terra ed esordisce: “Ragazzi! Stanotte ho visto il The Ring giapponese! Mamma che caga!”
Era il periodo in cui al cinema c’era The Ring americano di Verbinsky.
Ermy continua: “Oh, non ci crederete. Tutto film è inquietante, ma non fa paura, almeno fino alla fine. Che c’è ‘sta televisione che si accende e il pozzo. Poi esce sta ragazzina e comincia a camminare tutta storta verso lo schermo della Tv! Si appoggia allo schermo, poi esce dallo schermo e si avvicina al tipo. Ha tutti i capelli neri davanti alla faccia…” e mentre lo dice si mette le mani davanti alla faccia a coprirsela.
Sempre più esaltato alza la voce: “POI AD UN CERTO PUNTO, DI COLPO… I CAPELLI SI APRONO E SI VEDE QUEST’…” toglie le mani da un occhio solo e gli cade lo sguardo su Ramon che lo fissava rapito dal racconto, come tutti noi, ad un tratto Ermy realizza, una consapevolezza improvvisa, come un fulmine che gli attraversa il corpo dalla testa ai piedi “…OCChio bianco… che vabbé, non è che fa così paura… anzi è quasi bello, piacevole… sì, insomma, dai, un film un po’ di merda… dai non giochiamo oggi?
Non ho mai visto l’Ermy così silenzioso e in disparte durante una sessione di DnD…

Per concludere un’altra figura di merda, stavolta fisicamente dolorosa, che mi è successa un sacco di anni fa, quando ancora facevamo le settimane bianche in famiglia, nella casa in montagna di mio zio.
Era fantastico, tutte le mattine sveglia presto e poi sulle piste da sci. Mio fratello, JibLaJena, e nostro cugino sciavano sempre insieme. Io, che ero più grande di loro, invece andavo per i fatti miei.
Loro erano incredibili, venivano giù fianco a fianco tipo i CHiPs, mio fratello in una perfetta postura a uovo come se dovesse vincere il chilometro lanciato, nostro cugino in una perfetta posizione da Gesù Cristo in croce, sembrava il Cristo Redentore di Rio De Janeiro con su il Monclair.
Io invece sciavo divinamente, sembrava che fossi nato per fare solo quello. Almeno nella mia testa, dal di fuori probabilmente ero un po’ più ridicolo e meno capace.
Era verso la fine della stagione perché mi ricordo che sul finire della pista che facevo c’era la neve mezza sciolta con delle enormi chiazze di terra esposte.
Una di queste chiazze era sempre in mezzo alle balle, perché si trovava in fondo all’ultimo dislivello in cui si poteva prendere velocità prima di arrivare alla fine della pista. Tutte le sante volte mi dimenticavo che c’era, facevo il dislivello, me la trovavo davanti, la schivavo all’ultimo con innaturale grazia. Probabilmente dall’esterno sembravo l’Orso Yoghi che scivola sul ghiaccio.
Discesa dopo discesa sta cazzo di chiazza di fango era davanti, fino a che, ad un certo punto, prima di arrivare al dislivello, penso: “Ma se l’attraversassi senza schivarla?
Ci penso e mi dico: “Cazzo, figata! Sì, come James Bond! Dai, lo fa lui, puoi farlo pure tu!
Così assumo la posizione a uovo, affronto il dislivello e lei è lì ad aspettarmi, maledetta. Acquisto una velocità smodata, mi abbasso ancora un po’ per aumentare la mia forma aerodinamica e la punto. Già mi vedevo attraversarla come un missile e tutti gli sciatori sulla pista che si ammutolivano impressionati dal coraggio e dalla lucida follia del mio gesto. Già vedevo le donne che mi correvano incontro a fondo pista per chiedermi se potevano avere un figlio con me.
Ma era finito il tempo per le fantasie, la chiazza di terra era lì, davanti a me, pochi centimetri ci separavano, io con la faccia di James Bond e la velocità di uno SCUD, lei con la sua ignorante staticità.
Gli sci arrivano sulla terra e lì, succede l’imponderabile: si piantano all’istante, passando dai 1000 all’ora allo 0 all’ora in meno di una frazione di millesimo di secondo, Poi si piegano verso l’alto, gli attacchi cedono e si aprono con uno STOCK! incredibilmente forte, trasformandosi in una catapulta infernale.
Sento il mio corpo che si libra nell’aria, leggero come una piuma, la zolla si allontana sotto di me e diventa piccola, mi accorgo di stare viaggiando verso il cielo in una parabola di morte. La zolla di terra scompare e la pista scorre sotto di me. Mollo le bacchette allargando le braccia e volo, come un angelo scacciato dal paradiso. Poi la forza di gravità ha il sopravvento e la neve comincia a farsi sempre più vicina, inesorabilmente.
L’impatto con il terreno è duro e fragoroso, ma la velocità accumulata non si esaurisce subito, scivolo a pelle d’orso per il resto della pista, provo a fermarmi, ma ottengo solo di cominciare a rotolare come un sacco della pattumiera, giù fino alla fine della pista.
Finalmente fermo, dolori ovunque, mi alzo e vedo che effettivamente tutto il mondo si è fermato a guardarmi. Non ci sono donne che mi chiedono l’accoppiamento a scopo ricreativo, c’era solo mia madre che mi urlava se mi ero fatto male. Non mamma, mi sono fatto bene, così la prossima volta imparo!
Abbasso la testa e comincio a camminare sulla pista per cercare di recuperare bacchette e sci, con tutti gli occhi addosso… la chiazza di terra su cui si erano impiantati gli sci rideva di me, l’ho sentita.
Quella forse è stata l’ultima volta che siamo andati a sciare.

Dai, su, senza vergogna, quali sono le vostre?

 

Post precedenti:

Quelle piccole, grandi figure di merda – Parte 1

 

 

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"