Dramma della spesa

La prima regola, fondamentale, del blogging è: il blog non è un tuo amico.

Cosa significa questo?
Significa che su un blog, se vuoi che qualcuno ti legga, non devi scrivere post ammorbanti con i tuoi problemi, altrimenti la gente si deprime e non legge più.
Semplice e lineare.
Però c’è che la mia vita ha repentinamente preso un piega inaspettata e mi son mollato con la ragazza dopo tantissimo tempo. Il che porta a questo post che, tranquilli, non sarà un’ammorbante piagnisteo, anzi.

Quando ti molli ci sono sempre grandi problemi di ordine sentimentale, economico, di rabbia, di fatica nel trovare un centro di gravità permanente che non ti faccia mai prendere a botte le cose e la gente.

Però ci sono anche millemila problemi minori di ordine pratico cui far fronte. Uno di questi è fare la spesa.

Faccio un paio di piccole premesse.

La mia abilità culinaria si limita a tirare la linguetta di un prodotto commestibile in scatola, usare la forbice per aprire un prodotto commestibile imbustato e usare la macchinetta del caffè. Il resto della cucina è un mistero per me.

La spesa l’abbiamo sempre fatta in coppia distribuendo adeguatamente i compiti: lei sceglieva cosa comprare, io spingevo il carrello, cancellavo diligentemente la roba presa dalla lista della spesa e, solo in caso ce ne fosse stato bisogno, sceglievo il caffè da comprare. Marca e modello.
Per me, fare la spesa, significa andare da Mediaworld a comprare la Tv e l’impianto home theatre nuovi.
Comunque sono anche andato a fare la spesa da solo qualche volta, ma giusto se mancavano 2 cose, comunque segnate in modo chiaro e comprensibile su un foglietto con tutti i dettagli del caso, in modo da comparare le etichette con il biglietto e prendere i prodotti giusti.

Fine premesse.

Totoro gigante

Ciao, sono il migliore amico di MrChreddy…

Passare le serate sul divano a piangere, stringendo forte il pupazzone enorme di Totoro, va benissimo. Il problema è che devo anche mangiare.
C’è chi in queste occasioni non mangia più perché gli si chiude lo stomaco, io invece non funziono così. Depresso, felice, triste, allegro, medio, così così il mio stomaco si apre e devo mangiare. L’unica cosa che varia è la quantità di cioccolato e cacao contenuta negli alimenti.

Visto che l’altra sera ho aperto il frigo e sembrava la versione verticale, con gli scaffali, del deserto del Gobi, ho deciso di andare a fare la spesa.

Frigorifero

Ciao, sono il frigorifero di MrChreddy…

Esco dal lavoro, mi fiondo nel traffico della tangenziale e mi faccio a passo d’uomo quei 25 chilometri che mi separano dal supermercato vicino casa. Il supermercato, per non fare pubblicità, è quello il cui proprietario, forse per compensare una certa mancanza, ha chiamato con una lunga lettera dell’alfabeto.

Parcheggio nel sotterraneo, ravano in tasca per trovare l’euro che mi son tenuto da parte per il carrello, rinunciando al caffè della macchinetta al lavoro, e salgo al piano del supermercato.
In ascensore mi coglie un pensiero fulminante: mi sono dimenticato le bustone per mettere la spesa a casa!
Mantengo la calma e bestemmio piano dentro di me. Una cosa che non sopporto è dover pagare i sacchettini ecologici che si disfano appena li guardi, figuratevi quando ci metti dentro due cose.

Arrivo al piano e mi dirigo ai carrelli.
Non so voi, ma io riesco sempre a beccare il carrello con la ruota sfigata, quella che si blocca, che gira per i fatti propri, che saltella, con il risultato di spingere il carrello in derapata per tutto il tempo della spesa. Mi sorge ovviamente il dubbio: ma non è che sono tutti così? Li comprano già con una ruota sifula, oppure c’è uno addetto a storpiarle?
Comunque dietro di me ho un capannello di signore che aspettano che io scelga il carrello, così son sicure di prendere quelli sani, visto che quello stronzo lo prendo io, matematicamente.

Prendo il carrello, sospiro per il training autogeno e mi butto, tipo kamikaze, all’interno del supermenrcato.
Nemmeno venti minuti dopo sono alle casse, tutto felice di aver fatto in fretta, pensavo peggio.

Ma in quel momento sento una vocina dentro di me che mi parla: “Chreddy, quella non è una spesa, è un tentativo di suicidio, per favore, fai una spesa seria.
È il mio istinto di sopravvivenza e autoconservazione che mi parla.

Guardo il contenuto del carrello e mi rendo conto che il mio istinto ha ragione: merendine, biscotti, cioccolato, birra, patatine, Philadelhia in quantità industriale, pane americano, succhi di frutta, caffè, caramelle e mezza anguria. Mi piace un sacco l’anguria. E anche il Philadelphia.
Certo, è tutta roba commestibile, ma è possibile che così io muoia per qualche carenza di vitamine e di altri elementi che è necessario mangiare.

Giro il carrello, rimetto tutto a posto e ricomincio da capo, per una spesa più oculata.

Frutta e verdura sono facili: bustone di insalata e l’anguria.
Arrivo al banco del pesce, mi ricordo che lo mangiavo una volta.
Comincio a fissare le confezioni, mi fermo sui filetti di orata e mi chiedo che tipo di incantesimo arcano io debba compiere per trasformare quelle robe grigiastre in qualcosa di buono da mangiare. Probabilmente su internet ci sarà scritto tutto.
Mentre ci penso guardo il prezzo: costano come un metro quadro di un appartamento in centro a Milano. Credo che altro pesce meno costoso andrà benissimo. Prendo una confezione che, probabilmente, diventerà fossile nel mio freezer.

Passo al bancone della carne, che quella basta una piastra e i fornelli e la magia si compie da sola.
Un nugolo di donne è accalcato sulla carne: loro toccano, palpano, strizzano, annusano, leccano le confezioni, il tutto accompagnato da sommessi gorgoglii tipo: oh oh…, ah ah…, oh, yeah!, nasty!
La cosa mi inquieta un po’.
Mi avvicino ad una sciura con due confezioni di hamburger in mano, le fissa attentamente, poi ne appoggia una e tiene l’altra. Prendo quella che ha appoggiato e un’altra lì accanto. Le fisso anche io, mi sembrano esattamente uguali. Non capisco la differenza tra l’una e l’altra, io gli hamburger sono abituato a vederli cotti dentro un panino, lì li giudico a morsi. Messi nella confezione, così rossi e crudi, non mi dicono niente. Dovrei provare a metterci su del ketchup?
Comunque controllo le etichette e sono del tutto identiche, il costo al chilo, la scadenza, l’unica cosa che cambia è il peso e il prezzo. Le prendo entrambe, alla faccia della sciura.
La stessa cosa si ripete con un enorme petto di tacchino da due chili, una ne guarda due, poi ne sceglie uno. Quando se ne va prendo quello che ha mollato giù e lo fisso, cercando di capire il suo segreto. Ad un certo punto mi viene una voglia matta, quasi isterica, di scuoterlo e urlargli: “Che cazzo hai di così diverso dal tuo compare lì?!
Ma sapendo che il tacchino non mi risponderebbe evito di dare spettacolo. Però mi vendico lasciandolo lì.

Prendo altra carne, sempre con l’atroce dubbio di aver scelto quella giusta.
Metto nel carrello altre cose che potrebbero servirmi, come anche no; prodotti per l’igiene personale, non si sa mai mi torni la voglia di lavarmi; passo mezz’ora a fissare penne e quaderni, per cui ho una passione sfrenata, ma poi mi ricordo che con la penna ormai scrivo come un bambino di 7 anni con difficoltà di apprendimento. Computer e cellulare mi hanno tolto qualsiasi manualità.
Passo oltre, prendo anche dei surgelati che fanno sempre comodo e comunque creano arredamento nel freezer.
Evito con destrezza il reparto elettronica e film, so che sarebbe la morte.

Due ore dopo sono alle casse. È un carnaio di gente che urla, spinge, vuole passare davanti, cambiare cassa, gente che per la foga mette anche i figli sul nastro trasportare, bambini che urlano per le caramelle, per le macchinine, gli ovetti di cioccolato, perché si sono rotti i coglioni di stare lì, qualsiasi cosa.
In coda ad una cassa c’è un’allegra famigliola di rinoceronti, con padre, madre e due cuccioli chiassosi che prendono a capocciate tutto e si lanciano la roba addosso. Hanno due carrelli stracolmi di roba, ad occhio e croce spenderanno 5 o 6 mila euro.
Passo oltre con il timore di essere caricato. Per fortuna i rinoceronti sono ciechi e non mi notano.

Alle casse

Ciao sono il carnaio alle casse…

Andando verso il fondo del supermercato alle casse c’è meno gente, che tutti si fermano alle prime.
Mi metto in coda, carico la roba sul bancone e chiedo 4 sacchetti, non ho preso molto.
Sono intenzionato a sistemare tutto per bene, distribuendo i pesi. Con calma comincio a riporre la roba, ma una fitta lancinante alla faccia mi blocca. Mi giro e un’arcigna vecchia e la cassiera mi fissano con occhi iniettati di sangue: ci sto mettendo troppo.
Mi prende il panico, non respiro, comincio a riempire i sacchetti come viene, senza ragionare. In 31 secondi netti li ho fatti: due pesano 27 grammi. Gli altri due, invece, uno pesa come Giuliano Ferrara, l’altro come Platinette, parrucca più, parrucca meno.
Pago e mi accorgo di due cose: la prima è che il prosciutto che ho preso non era quello del 2×1 come diceva il cartello, ma era a prezzo pieno, che quello del due per uno era da un’altra parte e il cartello era messo lì per bellezza.
La seconda è che con quello che ho speso potevo mangiare da McDonald’s per il resto della mia vita.

Vado in macchina, torno a casa, porto su Giuliano e Platinette in una volta sola.
Entro in casa con 3 ernie e le dita che sanguinano per via dei manici di quei sacchetti di merda ecologici, che si attorcigliano su se stessi e diventano sottili come i fili di una garrota.

Esausto arredo frigo e freezer.

Totoro mi guarda sorridendo, come al solito. Meno male che c’è lui.

La prossima volta mi sa che faccio la spesa online, che mi sento più a mio agio.

 

Disclaimer:
Durante la stesura di questo post nessun Totoro, sciura, vecchia arcigna, petto di tacchino enorme, cassiera e famiglia di rinoceronti hanno subito maltrattamenti.
Ogni riferimento a persone, vive o morte, luoghi e supermercati realmente esistenti è puramente casuale.
Nonostante l’incipit, vi assicuro sto bene, è che mi piace scherzare sulle cose, anche su quelle brutte.

 

 

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"