Diario Di Un Sopravvissuto Agli Zombie

Per miei motivi, che poi magari vi dirò più avanti, sto cercando di farmi una cultura di libri sugli Zombie.
Di film ne ho visti una caterva, di libri sull’argomento ne ho letti pochissimi.

Quindi se li trovo li prendo e li leggo a scatola chiusa.

Cosa che è puntualmente capitata con questo Diario Di Un Sopravvissuto Agli Zombie.

J.L. Bourne è un militare americano che aveva un sacco di tempo libero e si è messo lì in casa con un blocco note e ha cominciato a scrivere, appunto, Diario Di Un Sopravvissuto Agli Zombie. In originale si chiama in modo diverso: Day By Day Armageddon, una roba che suona tipo l’Armageddon Giorno Per Giorno.

Poi, visto che di tempo libero ne aveva davvero tanto, questo diario ha cominciato a riportarlo su un blog, proprio come se dall’altra parte della tastiera ci fosse uno che scrivesse le sue avventure.

Il blog ha avuto successo e, nel 2004, i post sono stati raccolti in un libro e pubblicati. Indovinate un po’? Questo libro ha avuto un successo strepitoso, come tutte le iniziative underground che fa figo leggere e supportare, al di là della vera qualità delle stesse.

Nel 2009 è stato rieditato e sistemato, negli U.S.A., e quelli delle Edizioni Multiplayer.it hanno pensato bene di importarlo in Italia alla fine del 2012.

Verso la fine del 2013 è finito tra le mie mani. La colpa è stata di una commessa molto carina che l’ha confuso con Manuale Di Sopravvivenza Agli Zombie di Max Brooks, libro che cercavo sul serio. Siccome non so dire di no alle commesse carine l’ho preso e l’ho letto.
Sono andato a cercare le recensioni e tutti ne parlano benissimo. Mi sorge il dubbio che le recensioni siano state fatte su un altro libro dello stesso autore, con lo stesso titolo, ma completamente diverso da quello che ho preso io.

Siccome io ho letto solo la versione brutta, vi parlo di quella.

Cominciamo dalle primissime pagine.
Il libro comincia con un’introduzione di un certo Z. A. Recht che non introduce un bel niente, ma spende tre pagine a pubblicizzare il fatto che anche lui ha scritto dei libri sugli zombie.
A me sembra una cosa assurda. Però magari mi sbaglio.

Ma passiamo al romanzo vero e proprio.

Siccome è un diario di un tizio, senza nome, che si trova testimone di un’apocalisse zombie, non è scritto benissimo. Ci mancherebbe, sei lì circondato da zombie che ti vogliono sbranare, mica ti vorrai mettere a scrivere una roba tutta leccata e rifinita, no?

No, infatti.

Il libro comincia il primo gennaio con il protagonista che ci dice che uno dei suoi buoni propositi è tenere un diario giornaliero della sua vita. Così, senza un vera motivazione. Quindi la sera si mette a scrivere a scrivere sul diario ciò che gli è successo durante il giorno.

Scoppia l’apocalisse zombie e lui racconta cosa fa, come si comporta, i pericoli che corre, la gente che incontra, le idee geniali che ha per sopravvivere e tutto il resto, con lo stesso trasporto di una massaia che stila la lista della spesa. Una roba tipo: “Ho aperto la porta. Sono corso per 34 metri fino all’altra porta inseguito dagli zombie. Ho sparato 2 colpi, quindi me ne rimangono 340, uccidendo uno zombie.  Ho aperto l’altra porta. Sono entrato. Ho paura.

Ecco, in una storia di zombie il pathos è importante, secondo me. Lasciamo stare che Bourne non è uno scrittore professionista, ma almeno dovrebbe cercare di dare un po’ di verve a quello che scrive.
Invece sono una serie di annotazioni giornaliere mediamente noiose intervallate da dei pipponi mentali estenuanti del protagonista che si dispera per come riuscirà a sopravvivere.
Tra l’altro il nostro Mister X ha il trasporto sentimentale di una scrivania in mogano, i dubbi sul destino infame dei suoi genitori li risolve con una frase: “Chissà se sono ancora vivi.
Già chissà…

Figuratevi come tratta gli altri personaggi che incontra e con cui fa comunella. Per come sono descritti bene e per come sono definiti, sembrano tutti lo stesso personaggio, uguale e piatto, a cui cambia solo il nome.

Gran parte del brivido di leggere un libro del genere è provare affetto per i vari personaggi ed empatizzare con loro, soffrire per loro e lasciarsi trasportare, sospendendo l’incredulità.
In vita mia ho empatizzato molto di più con l’omino delle istruzioni dell’Ikea, che non con i personaggi di questo libro.

Omino dell'Ikea

Noooo, poverino! Non riesce a montare la Billa!

La storia non si distacca dai soliti cliché del genere, il che di per sé non è un male, solo che ci sono chissà che sorpresoni in agguato dietro ogni pagina, anzi.
Ci sono anche errori grossolani che spesso danno l’impressione che Bourne non abbia idea di quello che sta facendo o scrivendo.
È un diario gioraliero? Sì.
Ha una data iniziale? Sì.
Allora perché, se si comincia il primo gennaio, ad aprile il protagonista trova cibi scaduti da un anno nei supermercati?
Forse Bourne pensa che se il suo pupazzetto inseguito dagli zombie non abbia da mangiare sia meglio, crei più coinvolgimento, e potrebbe essere vero, solo che, questa del cibo scaduto, è una soluzione banale che potrebbe andare bene se la storia si sviluppasse in anni, non in pochi mesi.
Se leggo che, dopo due o tre mesi, c’è del cibo scaduto l’anno prima nei supermercati, la mia sospensione dell’incredulità cade come un castello di carte.
Questo è solo un esempio abbastanza esplicativo della cura con cui è stato costruito il romanzo. Fondamentalmente manca di coerenza.

Ma la cosa peggiore non è nemmeno come è scritto, gli errori grossolani, o la banalità del racconto. La cosa peggiore è la traduzione italiana.
Tradurre un libro, o un diario, non è semplicemente mettersi lì e trovare il corrispettivo della parola inglese nella propria lingua, quello lo si fa per i manuali di meccanica, ma tradurre significa riscrivere il libro nella tua lingua.
Guarda caso i migliori traduttori sono anche scrittori.

Per tradurre Diario Di Un Soravvissuto Agli Zombie, al minimo dei costi, penso che quelli di Multiplayer si siano affidati ad uno stagista molto scazzato e con il Google Translate facile.
Ho anche la sensazione che sia arrivato anche a inventarsi di sana pianta un paio verbi e delle coniugazioni particolarmente fantasiose che non ho mai sentite né lette in vita mia.

Tra l’altro c’è anche una parentesi abbastanza divertente riguardante l’edizione italiana.
Come promozione per il libro, ancora prima della sua uscita, è stato indetto un concorso dedicato agli illustratori, anche non professionisti, per realizzare la copertina.
In palio c’erano 500 € e il vincitore era scelto dalla redazione di Multiplayer e il concorso era “sponsorizzato” da Roberto Recchioni, sì quello di Orfani per intenderci.
Ovviamente centinaia di persone hanno partecipato sbattendosi molto per realizzare la migliore illustrazione possibile. Alla fine ha vinto uno che ha preso delle icone vettoriali su internet e le ha messe insieme.
I partecipanti si sono incazzati come delle bestie, giustamente, e hanno fatto un bel po’ di polemica.
La copertina vincitrice la trovate ad inizio post.

L’editore però, per ringraziare i partecipanti, ha deciso di mettere all’interno del libro le illustrazioni meritevoli, ma scartate.
Secondo voi, dove le hanno messe?
Esatto, proprio in mezzo al libro. Non all’inizio. Non alla fine, dove sarebbero state più comode. No, in mezzo.
Mi rendo conto che criticare anche l’impaginazione è un po’ esagerato, ma che ci volete fare, quando parto non mi fermo.

Ma sapete cosa fa davvero ridere in tutto questo?

Che ho comprato anche il seguito: Oltre L’Esilio.
Devo smetterla di farmi abbindolare dalle commesse carine delle librerie.

 

 

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"