Infinite Jest

Questo post nasce da un off topic nei commenti di un altro post.

Capita che Messer Satanasso stranamente vada off topic ogni tanto.

In uno di questo OT ha accennato a questo Infinite Jest di David Foster Wallace sfrigolandoci la curiosità.

Non so se davvero gli abbiamo chiesto di parlarcene, oppure lui ha deciso che glielo abbiamo chiesto, mi deve essere sfuggito qualcosa, ma ha cominciato a raccontarcelo a puntate nei commenti.

Siccome il suo sforzo di leggerlo è immane, e anche parlarne non è così facile, non vorrei che le sue preziosissime perle vengano perse come lacrime nella pioggia, quindi ho deciso di raccogliere quello che dice su Infinite Jest e fare una serie di post il sabato, che almeno ci facciamo meglio l’idea di cosa sia questo mastodontico libro e vediamo se leggerlo o no.

Quindi quello che segue è scritto da Messer Satanasso, non da me, e le altre puntate le metterò se quel buon uomo me le manderà… e vediamo anche se riuscirà ad andare OT in un post scritto da lui su un suo argomento.

Avete presente quando vi dicono che un libro è “troppobbbello perché l’ho letto tutto d’un colpo e sono rimasto col fiato sospeso fino all’ultima pagina” oppure che “era talmente bello che sono rimasto sveglio tutta la notte a leggere“?

Non negate, è successo a tutti di sentirsi arrivare tra capo e collo queste affermazioni degne del “premi-il-pancino-e-senti-le-solite-frasi” da qualcuno che aveva voglia (macchittelhacchiesto) di consigliarvi un tomo di qualsivoglia tipo, genere e specie.

Ecco, io dopo aver quasi finito di leggere Infinite Jest, il libro più difficile, incasinato, assurdo, complesso e geniale che mi sia capitato  in vita mia, fuggo a gambe levate dai libri che ti inchiodano alla lettura.

Questo perché è come se qualcuno mi dicesse: “Guarda, ieri sono stato in un ristorante divino, ho ordinato aragosta e champagne. Era tutto così buono che ho ingurgitato il crostaceo in un minuto con tutto il carapace, tipo mangiatore di spade, e poi ho tracannato lo champagne direttamente dal collo della bottiglia“. Cioè, dai, vi fidereste del giudizio di uno che non assapora ciò che è buono, ma lo butta giù in un colpo solo?

Per fortuna l’autore di Infinite Jest, ossia David Foster Wallace, ha reinventato completamente il modo di redigere un’opera letteraria, rendendo totalmente impossibile la lettura forsennata.

Ha scritto tre romanzi, molte raccolte di racconti e diversi saggi. Vi posso però assicurare che i saggi sembrano anche romanzi, i romanzi sembrano anche saggi, e i racconti sembrano saggi romanzati.

Ma non è questo: è tanto altro ad avermi sconvolto. Sì, perché Wallace, al quale, ahimè, non potrete più chiedere niente, perché è morto suicida ormai dal 2008, è un autore che non ha eguali nella capacità di osare.

Di scrivere pagine che potranno farvi pensare “ma questo è un genio” oppure di farvi ingoiare a mo’ di pitone albino il blocco di carta stampata pur di togliervelo da davanti, convinti che vi abbiano rifilato un libro difettato e impaginato male.

I manoscritti di David Foster Wallace sono riconoscibili dalla loro capacità di farvi rimanere di stucco in libreria con titoli come: “Considera l’aragosta, Brevi interviste con uomini schifosi“, “Una cosa divertente che non farò mai più“, “Roger Federer come esperienza religiosa” e “La scopa del sistema“. Facciamo un gioco: ditemi quale tra questi, secondo voi, è un romanzo.

Ma il suo masterpiece è probabilmente Infinite Jest, almeno questo è ciò che affermano universalmente in giro, perché io, non avendo ancora letto tutta l’opera omnia di DFW, non posso confermare, ma dubito possa essere riuscito a fare qualcosa di ancora più bello.

Infinite Jest è un romanzo in cui l’autore farà di tutto, ma proprio di tutto, per indurvi a smettere di leggere o per farvi perdere il filo: ad esempio metterà delle note, anche al ritmo di ogni tre o quattro righe all’interno della stessa pagina, che rimandano alla fine del libro, dove c’è tuuuuuutto un elenco di note numerate e scritte in modo minuscolo.

E allora… molla tutto, vai in calce ad un mattone da 1281 pagine e, con santa pazienza, vatti a leggere la nota giusta, tra le 388 (trecentottantotto, signori) presenti, e poi torna indietro a cercare di ricordarti di che stradiamine si stava parlando.

Oppure userà, sempre ogni tre righe, vocaboli assurdi tipo: samiszdat, olla podrida, travaglio ectopico, Problema del Brachistocrono di Bernouilli (cito a caso nel mazzo della milionata di parole che sembrano arrivate da un altro pianeta ed invece esistono e vengono usate da ben 4 o 5 persone al mondo). E quindi… molla tutto di nuovo, vai su internet a vedere che diavolo sia la “mesmerizzazione” e poi torna sul libro a cercare di riprendere in mano le redini della storia.

Insomma, al buon David non gliene frega(va) una cippa di catturare il lettore nel suo romanzo, anzi gli mette i bastoni tra le ruote, perché la sua prosa pazzesca e sregolata, nonché i suoi momenti meravigliosi, beh… te li devi guadagnare.

Sì, perché solo in Infinite Jest può capitarti che vengano descritti quei momenti di intime sinapsi mentali che tutti abbiamo provato e che nessuno sa spiegare, figuriamoci mettere nero su bianco.

Non ci riescono, ma che dico, non ci provano, neanche i sedicenti maestri del bestseller di turno (che poi si traduce sempre nel romanzetto passatempo da metropolitana, ma vabbè).

Lui invece sì. Ne era capace.

A me, ad esempio, ha stregato un momento in cui viene descritto un ragazzo che si abbiocca a guardare la sua immagine riflessa, distorta e allungata su una di due piastrelle lucide, e poi, spostandosi appena con la testa, segue il proprio volto che si divide in due e si allunga metà su una piastrella e metà sull’altra, per poi riunirsi nella piastrella accanto.

Ok, ve l’ho spiegato da bestia, ma infatti lui è David Foster Wallace e io sono Messer Satanasso…

Non credo che esista un romanzo al mondo che si prenda la briga di illustrarvi il perché e il percome di questi “giochetti mentali” che tutti noi ogni giorno facciamo.

La trama di Infinite Jest è vaga, frammentaria, eppure lucida e precisa nei suoi riferimenti: ti piglia e ti sbatte in un universo tutto suo, ti ci ambienta dentro, ti costringe ad amare ed odiare i suoi personaggi e le sue ambientazioni senza dare un giudizio vero, che sia uno, su di essi, ma bada bene, ti dà tutti gli elementi per fartene uno tuo.

Ci troviamo a Boston, in un periodo imprecisato (per chi lo ha letto nel ’96, anno della sua edizione, forse era il futuro, oggi non so mica), in un “Mondo alternativo” dove Stati Uniti, Canada e Messico si sono uniti in un unico grande Stato e, come sempre succede, ci sono gli indipendentisti (in questo caso i canadesi) che cercano di recuperare la propria autonomia, con le buone o con le cattive.

La propaganda ha raggiunto livelli impensabili, si sono comprati tutto, perfino il tempo, e quindi gli anni non sono più numerati progressivamente dalla nascita di Cristo, ma sono sponsorizzati.

E perciò ecco l’Anno del Whopper, l’Anno dei Cerotti Medicati Tucks, l’Anno dei Pannoloni per Adulti Depend, l’Anno di Glad ecc…ecc…

C’è pure un piccolo elenco cronologico degli anni sponsorizzati, nel libro, in un punto a casaccio in medias res, per orizzontare (ahahahahahahahah) il lettore.

Anche sta cosa m’ha mandato al manicomio: immaginate che questo fosse l’Anno dell’iPhone, che voi abbiate fatto un figlio nell’Anno dei Profilattici Gold Uan e abbiate divorziato nell’Anno dei Cioccolatini Koiphiorialmenononingrassavo.

Ma soprattutto, la dipendenza dalle droghe ha raggiunto livelli di guardia impressionanti.

La storia zompetta come Bambi, di palo in frasca, e narra (nel senso meno banale del termine) le vicissitudini di un’Accademia di tennis sciccosissima ma con una struttura rigida ai limiti del paramilitare, dove i ragazzini ivi iscritti, tra le altre cose, eccellono (ma se po’ ddì “eccellono”? C’è un accademico della Crusca nei paraggi?) nelle voleè di rovescio, nei palloneti liftati e nel drogarsi di nascosto; si salta poi a piè pari, ogni fine paragrafo, in un centro di recupero per alcolizzati e tossici, che adotta metodi stucchevoli ma efficaci per redimere i propri ospiti, introducendoci così nelle loro dinamiche. Ma il bandanato sommo autore non manca poi di descriverci, di tanto in tanto, quando gli gira, possibilmente senza preavviso e proprio quando ci stavamo appassionando ad uno dei due precedenti canovacci, un dialogo tra un terrorista canadese su una sedia a rotelle, che tradisce la causa e si vende al “nemico”, e un agente dell’FBI travestito da donna.

Ma di tutta sta roba vedremo in futuro…

 

P.S.

Se non ci avete capito niente, significa che ho incarnato lo spirito del romanzo, e la cosa mi inorgoglirebbe non poco.

 

 

Post successivi:

Infinite Jest il meraviglioso scherzo di un genio infinito – Parte 2

Infinite Jest il meraviglioso scherzo di un genio infinito – Parte 3

 

Scritto da: MrChreddy

"Sono la prova scientifica che si può vivere una vita intera in completa assenza di cervello"